Home Imprese&Lavoro Pillole di educazione digitale: Una dura lezione dall’Internet of Things

Pillole di educazione digitale: Una dura lezione dall’Internet of Things

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Il caso Insteon dimostra la caducità degli oggetti IoT cioè comandati dall’Internet of things, e che i consumatori non possono più stare zitti

Lo scorso venerdì 15 è stato peggio dei venerdì 13 e 17 messi insieme per i clienti di Insteon, che avevano comprato oggetti IoT o realizzato impianti di domotica usando componentistica di questo produttore.

Infatti, quando l’azienda ha chiuso baracca e burattini dalla sera alla mattina, i dirigenti sono fuggiti (alcuni cancellando ogni traccia della loro appartenenza all’azienda anche da LinkedIn e cambiando nickname) e la titolarità dell’azienda è passata ad un ente liquidatore, tutti i clienti si sono trovati con app con icone grigie ed eleganti oggetti “morti”.

C’è voluto poco perché si rendessero conto di aver perso tutti i soldi che gli erano costati, e tutto il tempo che gli avevano dedicato. Si sono ritrovati con eleganti mattoncini, buoni solo come fermacarte o per essere tirati nel muro come sfogo.

Ora, i 24 informatissimi lettori certo immaginano che a Cassandra, del fatto in sé, interessi il giusto; sanno benissimo che questa profezia l’ha ripetuta molte volte nell’ultima decina di anni, e che, in fondo in fondo, per i clienti dell’azienda (quasi tutti americani) le dispiace.

Ma Cassandra deve ripetere oggi che a quei clienti gli sta bene, anzi che è contenta che sia avvenuto un caso così esemplare e “perfetto”, in modo che possa servire da esempio e lezione.

Lezione a chi? Ai poveracci che si ritrovano con un costoso termostato morto od un impianto di domotica paralizzato per sempre?

No, assolutamente! Lezione per tutti quelli che hanno investito centinaia o migliaia di Euro in oggetti che, per loro fortuna, sono tuttora funzionanti, e che quindi possono trarne, senza danni immediati, un insegnamento per il loro futuro, e soprattutto per il futuro dei loro prossimi acquisti.

C’è inoltre un aspetto importantissimo che rende Cassandra soddisfatta, non in maniera maligna, del modo improvviso e traumatizzante con cui si è svolta la vicenda.

Infatti, nell’atteggiamento “pusillanime” di tutti gli attori coinvolti, Cassandra intravvede il loro timore, e per noi la speranza, che questa volta gli enti regolatori, in primis quelli americani, dovranno per forza intervenire, visto che l’evento, se non contrastato, potrebbe anche causare un’inversione di tendenza in un mercato, come quello dell’IoT, che fino a ieri ha avuto una crescita esplosiva, ma già oggi sta scontando la recessione di pandemia e guerra.

Lo si intuisce anche dalla “notizia”, data dall’ente liquidatore di Insteon, che il software cloud che pilotava i loro prodotti “potrebbe” essere messo a disposizione dei clienti.

Non illudiamoci; in primis il software è un importante asset finanziario anche per il liquidatore, e poi non siamo più nel 2005 ai tempi del Nabaztag, quando il loro software cloud relativamente semplice fu reingegnerizzato da gruppi di appassionati, che ancora oggi (come Cassandra) li mantengono in buona salute.

I software IoT cloud attuali sono molto più complessi e girano su hardware altrettanto complessi; improbabile che qualcuno abbia abbastanza voglia, soldi e tempo di rimettere in funzione quello di Insteon, anche se venisse messo a disposizione. Chi volesse farsi un’idea della complessità dell’IoT in cloud, potrebbe leggersi almeno la prima parte di questo corso, ancora molto attuale, preparato dall’alter-ego di Cassandra.

Ma questa volta, secondo Cassandra, il mondo industriale e finanziario dell’IoT non potrà semplicemente permettersi di ignorare la vicenda; qualcuno probabilmente “cavalcherà” la faccenda, ed in qualche modo leggi e regolamenti cominceranno a tener conto di queste situazioni, e regolamentarle “a priori”, mettendo qualche rimo, anche se timido, “paletto legale” alle aziende del settore.

Forse un inizio.

Chi vende non “oggetti”, ma “terminali di servizi cloud” dovrebbe offrire informazioni e garanzie ai suoi clienti, in modo che siano consci di non star comprando un oggetto completo, ma uno che dipenderà per sempre dalla buona salute finanziaria e dalla volontà del suo fabbricante.

Come sui pacchetti di sigarette, sulle eleganti scatole degli oggetti IoT ci dovrebbero essere annunci impressionanti ed immagini repellenti, bordate di spessi margini neri

Attenzione, quest’oggetto contiene Cloud, e può nuocere gravemente al vostro umore ed alle vostre finanze”

Attenzione, quest’oggetto può smettere di funzionare in ogni momento e senza preavviso

Questa sarebbe anche la volta buona perché le associazioni di consumatori smettessero di occuparsi solo di ammorbidenti o dei prezzi dei laptop, e cominciassero a fare una sana azione di lobbying per far approvare leggi e regolamenti che normino in maniera adeguata questi oggetti ibridi materiali/immateriali, venduti come se fossero cose “normali”, senza nemmeno prevedere, come per gli alimenti confezionati, una “data di scadenza”.

Ma tutto questo sarà inutile, ed il cambiamento non avverrà mai, se legioni di consumatori continueranno a comprare senza nessuna garanzia queste eleganti scatolette, ed a mettersele con soddisfazione addosso od in casa.

Chi capisce anche solo un po’ di informatica o elettronica (c’è differenza tra le due, ormai?) deve rendersi conto che l’IoT è di per sé un oggetto labile e dipendente da altri, e che non può comprarlo d’impulso senza avere garanzie sulla durata del servizio cloud corrispondente, o sul suo funzionamento autonomo (magari parziale) senza cloud.

Deve insomma metabolizzare che l’unica IoT sicura è quella fatta, od almeno gestita, totalmente in casa.

E dovrebbe sentire come dovere morale di informare, tutte le volte che vede situazioni del genere a casa di amici e parenti, gli ignari acquirenti di oggetti “posseduti dal demonio” e non da loro, di ciò che può succedergli in ogni momento.

E spiegargli chi sono i veri padroni di quello che loro credono di aver comprato.

NdA: Non so se qualcuno dei 24 indistruttibili lettori si sia accorto che siamo, davvero non so come, giunti al numero 500 di questa fortunata e longeva rubrica, che va avanti dal lontano 1 settembre 2005. In ogni caso spero che sia stata utile e di piacevole lettura per tutti, almeno quanto lo è stato per me scriverla. Grazie.

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