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Chi scrive la storia bancaria ?

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Stampa ebru del Maestro Alberto Valese scomparso nel 2022

Scrivere la storia è difficile, è una operazione a perdere, nel senso che si arriva sempre dopo. In Italia è così, per i terremoti, la mafia, i tanti dissesti idrogeologici, la massoneria, il terrorismo. In genere dalle sentenze della magistratura, opportunamente collazionate, si riesce seppure a fatica a ricomporre un quadro di riferimento su cui riflettere: è la nostra storia. Arrivano tardi e dopo molti anni e forse non interessano più a nessuno.Factum infectum fieri non potest! E’ un antico brocardo romano che ci dice amaramente che seppure giustizia è (quasi) fatta, il passato – con il suo carico di danni e dolori – è pressochè immutabile.

Tuttavia, le sentenze trasportano fino a noi storie che potrebbero servire per fare letteratura, teatro, educazione finanziaria.

Ed è così anche per le banche e la Banca d’Italia che proprio di recente sta riscrivendo per la ennesima volta la sua magnifica storia.

Anche qui le fasi sono state tre: (auto)esaltazione ed elogi sperticati alle banche del territorio, fallimenti a dozzine delle medesime e infine sentenze della magistratura, che messe insieme raccontano quel che è realmente accaduto. Ex post,ovviamente. Vediamo rapidamente questi tre passaggi con esempi concreti della storia più recente.

I fase

Per la Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario conclusasi a fine 2017 le cause delle crisi bancarie sono: esaltazione ingiustificata delle ridotte dimensioni (piccolo è bello); forte crescita degli impieghi bancari non correlati allo sviluppo economico e governance aziendali inadeguate a fronteggiare la crisi.

Nel 2010 il Nord Est e in specie il Veneto sono al centro di studi di alto livello, come mai era accaduto prima. L’allora Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ricevendo la laurea honoris causa al CUOA di Altavilla Vicentina (lo stesso riconoscimento era stato assegnato a Zonin nel 2005) definisce il Nordest «un’area cruciale per l’intera economia italiana, dove risiede quasi un quinto della popolazione, vi si produce un quarto del PIL del settore privato» ed «è da questa area che origina poco meno di un terzo delle esportazioni italiane». 

E prosegue: 

 “A fronte di una maggiore varietà di prodotti e servizi offerti alla clientela, i grandi intermediari hanno un legame meno intenso con il territorio, che rappresenta invece uno dei punti di forza del tessuto di banche di dimensione media e piccola. L’ampia presenza di intermediari locali costituisce un aspetto peculiare del Nord Est, con un livello medio dei tassi di interesse più basso che altrove.” 

Come  ricordano le cronache dell’epoca, il Governatore conclude, affermando che:  “Il legame con il territorio significa più approfondita conoscenza del cliente che nessun modello matematico può replicare. In questo modo lo si può continuare a sostenere anche quando le cifre non lo consentirebbero. Stare sul territorio significa saper far banca.” 

Pochi mesi più tardi, sempre al CUOA di Vicenza, viene presentato un ponderoso studio della Banca d’Italia dal titolo “L’economia del Nord Est“, in cui si sottolineano alcuni limiti dello sviluppo economico dell’area, ma si ribadisce che potranno essere proprio le banche del territorio ad alzare un argine contro gli effetti recessivi dell’economia, stanti le più prudenti politiche di erogazione del credito delle grandi banche.

Pochi mesi prima, però, si era autorizzata l’acquisizione da parte del Monte dei Paschi della Banca Antonveneta, consegnando alla terza maggiore Banca del paese una delle più importanti realtà territoriali della regione.

Anche qui siamo all’inizio di un girotondo di fusioni ed acquisizioni dopo che nei rispettivi territori veniva individuato il cavallo scosso che doveva correre fino ad ammazzarsi per salvare il salvabile.

 

II fase

Sarà quindi una vera sorpresa trovarsi davanti, pochi anni dopo, a una situazione critica. Nel 2016 il Vice Direttore del Corriere della Sera Federico Fubini in un articolo intitolato “Il male oscuro del Veneto… conta ben 13 piccole banche in crisi irreversibile, senza includere nell’elenco le due maggiori, Veneto Banca e Vicentina, considerate ancora in salute. Fu l’inizio di una valanga di sofferenze, perdite su crediti mai viste nella storia repubblicana che stravolse il nostro sistema creditizio, oltre al Veneto, sparirono sistemi regionali costruiti in decenni: Toscana, Liguria, Marche, Lazio, Emilia Romagna. Fu risparmiato il Sud che già aveva perso i sui campioni bancari.

III fase

Questa fase sta accadendo oggi ed è il motivo per cui sto scrivendo questo articolo e rimanda alle tante sentenze della magistratura che riscrivono in modo retroattivo la storia della Banche, quelle del territorio. La storia è perennemente uguale, bulimia bancaria che si sviluppa nell’arco di un trentennio. Crescita per acquisizioni esterne in Italia e all’estero spesso acquisendo banche decotte, crisi, fallimenti quasi sempre risolti con generosi aiuti dello Stato che le accasa con Unicredit o Intesa.

Un esempio è la recente sentenza di primo grado al Tribunale di Ancona per bancarotta fraudolenta nel caso della liquidazione della Banca delle Marche. Vale anche la pena di notare che la stampa nazionale dedica poco spazio a queste sentenze, dopo il clamore suscitato dalle crisi si spengono i riflettori. Un pò come è capitato con Ischia, Amatrice e via dicendo.

Merito, invece, della stampa locale che ci aiuta in queste ricostruzioni, altrimenti non sapremmo più nulla nonostante le tante autorità di controllo preposte dalla Lex a controllare tutti i più piccoli interstizi dei mercati bancari e finanziari. Esse, però, si dedicano a sommergerci con valanghe di pubblicazioni, rampogne periodiche al governo pro tempore, lezioni metafisiche di macroeconomia che si fa sempre più fatica a leggere.

La stagione dei crack bancari dunque non finisce più. Solo ieri in modo random apprendiamo dalle colonne del Sole XIX Ore di sei condanne per bancarotta fraudolenta e sei assoluzioni. Si è chiuso il processo di primo grado per il crac di Banca Marche e della controllata Medioleasing. La sentenza è stata letta dal giudice Grassi il 23 gennaio, in Tribunale ad Ancona. L’istituto di credito marchigiano, aveva ben 44mila azionisti, era fallito nel 2016. Il processo aveva preso avvio il 5 settembre del 2019 e si era sviluppato attraverso 60 udienze dibattimentali.

Cioè tanto per memoria, nel 2015 la banca è posta in liquidazione, nel 2017 è acquisita per un euro, insieme ad altre banche fallite, da UBI Banca che, a sua volta, nel 2019 è stata presa da Intesa.E c’è sempre qualcuno che anziché cospargersi il capo di cenere ha l’ardire di ricordarci che ci è andata di lusso. Un filotto di operazioni ordinarie e straordinarie,dopo un altro filotto simile negli anni ’90, quando la banca stava ancora in piedi. Una progressiva e inarrestabile discesa negli inferi che ci testimonia cosa è stata la banca del territorio: quasi una dozzina di banche e banchette bruciate sull’altare del piccolo è bello.

Il processo di primo grado per bancarotta si conclude dunque quando la banca è totalmente incenerita da quasi 10 anni e la nuova (good) banca è evaporata in Intesa mentre i risparmiatori restano buggerati.

Qui il deus ex machina è stato il DG. di lunga durata Bianconi. Lo stesso con fotogrammi e inquadrature tragicamente simili è accaduto con Zonin, Consoli, nel ricco Veneto, la famiglia Jacobini in Puglia, Fornasari e Bronchi nell’aretino, Berneschi a Genova.

Mettere insieme le sentenze e seguirne gli sviluppi che durano decenni più che amore per la giustizia è anelito di conoscenza e libertà. E’ una fatica ma in fondo è terapeutico per capire chi siamo e cosa abbiamo visto, semmai dopo 20 o 30 anni. Alcuni di noi per avventura già lo sapevano ma la storia arriva tardi quando tutto è miseramente finito.

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2 COMMENTS

  1. Ho vissuto in qualità di Consigliere di amministrazione del Fondo di Garanzia dei Depositanti delle Banche di Credito Cooperativo gli anni orribili di crisi bancarie irreversibili chiedendomene le cause. Erano situazioni di dissesto causate da conflitti di interesse, concentrazione dei rischi, dilapidazioni di risorse per personalismi e protagonismi, illeciti vari, tutti fattori prevedibili e prevenibili. Eppure sembravano fulmini caduti improvvisamente dal cielo! Forse dovremmo ripercorrere il tema della inadeguatezza di tanti.

  2. È indubbio che la classe dirigente e la politica dovrebbero avere una visione previgente. L’attuale selezione nella copertura dei rispettivi ruoli (economici e parlamentari in primis) si dovrebbe prefiggere una gestione della res pubblica non come cosa propria (individualmente parlando), ovvero nei partiti e le diverse consorterie come “cosa nostra”.
    Da ciò derivano i parallelismi e le tante intese che proliferano nell’indifferenza di tanti che, pronti alla critica e a denunce vacue, continuano ad allontanarsi dall’agorà, convinti che quel che accade non li riguardi affatto.
    La politica dell’immediato non previene il patologico e i vaccini risultano efficaci a debellare; spesso in ritardo, solo i virus manifesti e conosciuti.
    Ben altro si dovrebbe pretendere da chi ci amministra e decide del bello e del cattivo tempo economico che noi tutti viviamo subendo e che condiziona tutte le esistenze.
    “Il verso più famoso recita: «Lasciate ogne speranza, o voi ch’ intrate» o «Lasciate ogni speranza, o voi che entrate». Quando Dante si incammina insieme a Virgilio per entrare nell’Inferno si trova davanti alla porta dell’Inferno: su di essa campeggia questa scritta dal colore scuro.”

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