Home Art Gallery “Arrestato” di Marica Di Bartolo, in mostra alla Galleria Fiaf presso l’Arvis...

“Arrestato” di Marica Di Bartolo, in mostra alla Galleria Fiaf presso l’Arvis di Palermo

39
0

“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K. Poiché, senza che avesse fatto alcunché di male, una mattina venne arrestato.”

È il brano tratto dal romanzo “Il processo” di Josef Kafka inserito da Marica Di Bartolo come incipit nella sinossi della sua mostra fotografica – intitolata “arrestato” – inaugurata venerdì scorso, che resterà attiva fino al prossimo 29 gennaio presso la Galleria Fiaf dell’Arvis di Palermo.

Le diciotto immagini esposte costituiscono un portfolio che s’ispira a un fatto reale. Con un’operazione che indaga, attraverso la fotografia, sullo status intimo di una persona rimasta coinvolta in problematiche giudiziarie e assoggettata a detenzione.
Il prodotto artistico si prefigge di narrare e concettualizzare aspetti della vicenda, soffermandosi, in particolare, sulle sensazioni e lo stato di chi si ritrova ad essere privato della libertà. Al riguardo, il romanzo di Kafka, scelto a supporto, ben si adatta allo scopo.

Nella pagina Wikipedia, che illustra vari aspetti dell’anzidetta opera letteraria è pure riportato:

“In questo romanzo più ancora che nelle altre sue opere, Kafka usa uno stile che serve allo scopo di rendere la narrazione spersonalizzante e angosciosa. I personaggi sono spesso indicati in modo parziale e criptico; dello stesso protagonista non viene mai chiaramente esplicitato il cognome (che rimarrà sempre ‘K.’). La trama presenta diverse contraddizioni, che non sono però da attribuirsi all’incompiutezza dell’opera: in effetti, esse sono introdotte ad arte per mettere in dubbio qualsiasi punto di riferimento certo per il lettore e trascinarlo così in una condizione quasi onirica. Tutto ciò conferisce al romanzo un’aura spettrale e inquietante.”

Questo scritto può associarsi quasi perfettamente anche all’ “arrestato” della Di Bartolo, poiché le fotografie di sicuro rappresentano analogie che sono in piena sintonia col testo.

Osservando quanto proposto in mostra, a mio parere, poi, tecnicamente, l’esposizione all’ARVIS potrebbe pure intendersi come un unicum derivante dalla fusione di due portfolio; uno di tredici immagini che intendono fotografare l’estetica dell’intimo di chi sta vivendo stati d’animo complessi e un altro fortemente simbolico che, attraverso un pesciolino rosso, costretto a nuotare in una piccola boccia trasparente, viene mostrato nel suo stato di costrizione; con diverse posizioni possibili in un’acqua dal limitato ossigeno e in uno spazio privo di privacy (per la scelta della boccia trasparente).
In questa chiave di lettura, le immagini del piccolo pesce potrebbero, pertanto, costituire delle punteggiature e sottolineature nella narrazione visiva.

In ogni caso, aiuta la lettura completa della sinossi dell’autrice che, alla già citata frase del romanzo ne fa seguire delle sue che si riflettono perfettamente nelle fotografie in mostra:

“Come volessero arrestare il suo volo …
Come volessero arrestare la sua integrità …
Come volessero arrestare il suo fascino … Ingiustamente lo umiliano, lo perquisiscono, lo diffamano …
Arrestato. Recluso.
Da innocente, senza comunicare col mondo,
vaga come un pesce dentro la sua boccia.
Confusione mentale e nebbia offuscano la sua vista …
Avvolto dal buio denso, ostacolante, pauroso …
Inghiottito in un vortice nero, si sente frustrato,
arrabbiato, spezzato.
Il suo sonno non vuole più dormire …
Le sue paure non possono finire …
I giudicanti sono sempre lì …
Ad aspettare l’esitazione del suo passo …
Ed il tempo trascorre nell’attesa che il frastuono finisca …”

Non occorrerebbe aggiungere altro. Di per sé la sinossi costituisce a sua volta una fotografia letteraria a sè stante … difficile era immaginare lo studio volto a cercare una realizzazione visiva del progetto.
In più, la scelta dell’autrice, di uniformare la scrittura apponendo su tutte le immagini un filtro verdognolo associabile, come dice, alla bile e come segnale dello status di oppressione, appare pure azzeccata, riuscendo a collegare in un insieme i singoli tasselli.
Altre considerazioni restano agli altri.
Ben sapendo che ogni osservatore potrà personalizzare la sua lettura, accettando la proposta artistica così com’è o, ne caso, sollevando qualche appunto di critica. Consci che in quest’insieme di foto in mostra era difficile e assai impegnativa l’operazione da realizzare. Complesso, infatti, l’impegno posto in campo, a quasi radiografare l’intimo umano attraverso delle fotografie.

Per concludere, a mio modo di vedere, si tratta della realizzazione di un difficile progetto ampiamente riuscito.
Con quest’ultima operazione Marica Di Bartolo ha aggiunto una nuova pagina alla concezione intimistica e terapeutica della sua fotografia.

In ultimo, sulla mostra appena inaugurata, volendo, potrebbe starci anche un’altra considerazione, ovvero che, come per l’edizione postuma di Kafka, anch’essa può esser letta come un’opera incompleta, atteso che nella vicenda carceraria reale rimane ancora indefinita la soluzione.

Buona luce a tutti!

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here