Sulle rive del lago di Vagli, in Garfagnana, c’è una statua in marmo di Carrara dedicata a don Lorenzo Milani, inaugurata il 31 luglio 2026. Ai suoi piedi una targa ha trasformato l’omaggio in un caso: «Il comunismo è la mediazione e l’organizzazione politica di ogni male, al fine di consentire a una classe dirigente parassitaria e brutale la gestione di ogni forma di potere sulle spalle degli ultimi».
La frase è attribuita ad Alessandro Mazzerelli, che dice di averla ascoltata dal priore a Barbiana il 31 luglio 1966. Ma c’è un dato documentale che stride: quel giorno don Milani scrisse a Francuccio Gesualdi annotando l’arrivo di un giovane del Psi, venuto a fare propaganda per «Forza del Popolo», movimento interno al partito. Della frase sul comunismo, nella lettera, non c’è traccia.
La vicenda è approdata in tribunale. Flavia Milani Comparetti, nipote ed erede, la Fondazione Don Lorenzo Milani e alcuni ex allievi hanno presentato ricorso cautelare al Tribunale di Lucca per chiedere la rimozione della targa, contestando che quelle parole rappresentino il pensiero e l’eredità di don Milani. L’udienza è fissata per il 7 ottobre.
Ma stabilire se la frase sia autentica è solo metà della questione. L’altra metà è capire che cosa don Milani pensasse davvero del comunismo, e qui i testi raccontano una storia molto diversa da quella della lapide.
Né comunista, né anticomunista
Già nel 1947, scrivendo al cugino Carlo Weiss, precisava: «Non possiamo esser comunisti, ma neanche possiamo guardare al comunismo come a un nemico da combattere e distruggere». Quel mondo, aggiungeva, andava piuttosto «cristianizzato»; combatterlo gli sembrava «opporsi alla storia». E subito: «Ma con questo non sono comunista».
La distinzione è netta. Don Milani separava il comunismo come ideologia dalla realtà umana che l’aveva generato: milioni di poveri e di operai che vi cercavano una risposta a domande di giustizia, uguaglianza, lavoro e dignità. E prima di condannarli si chiedeva perché la Chiesa avesse lasciato che quella domanda trovasse risposta altrove. Non «che cos’è il comunismo?», ma «perché un povero ha bisogno di diventare comunista per sentirsi difeso?».
Per questo a San Donato, dove buona parte della popolazione era comunista, non costruì muri: andò incontro alle persone. Qui entra Pipetta, giovane comunista che lo considerava un prete «a posto» perché lo vedeva dalla parte dei poveri. Don Milani gli rispose che non aveva capito: «È un caso che tu mi trovi a lottare con te contro i signori». La sua lotta non coincideva con quella del partito, e se un giorno i poveri non avessero più avuto fame, l’avrebbe abbandonata per tornare alla sola missione sacerdotale. Poteva stare accanto a un comunista senza diventarlo, perché la sua parte non era un partito ma gli ultimi.
Il documento più eloquente è quello che dà il titolo a queste pagine. Nel 1949 racconta di un giovane operaio comunista rimasto senza lavoro e mette sullo stesso piano tre responsabilità: i comunisti lo hanno ingannato, gli industriali lo hanno calpestato, i preti non hanno fatto abbastanza. «Franco, perdonaci tutti: comunisti, industriali e preti.» Una formula che rende impossibile arruolare don Milani nello scontro fra comunismo e anticomunismo. Il comunista non è un nemico da espellere, ma un uomo, spesso povero, su una strada che il prete non condivide ma dove riconosce una domanda di giustizia.
La scuola e la stessa domanda
Lo stesso principio governa la scuola di Barbiana, convinta che l’istruzione sia lo strumento con cui un ragazzo povero può spezzare la condizione in cui è nato. Da qui il peso enorme che assume, per don Milani, la vicenda di Luciano Carotti ed Enrico Zagli: dopo Barbiana si iscrivono all’Istituto Magistrale Pascoli di Firenze, vengono bocciati agli esami e poi respinti di nuovo. Per Barbiana non è un semplice giudizio scolastico, ma il sintomo di una scuola che, invece di colmare le distanze di partenza, le trasforma in condanna sociale. La stessa Fondazione Don Lorenzo Milani ricostruisce così la genesi della Lettera a una professoressa.
Il bersaglio non è l’insegnante in quanto persona: la «professoressa» è il simbolo di un sistema che, secondo i ragazzi di Barbiana, premia chi arriva già avvantaggiato. Da una parte Pierino, figlio del dottore, con libri, linguaggio, cultura familiare, tempo e strumenti. Dall’altra Gianni, figlio del contadino o dell’operaio, che deve conquistarsi ogni parola partendo da molto più indietro. La domanda è radicale: bocciare chi parte svantaggiato significa misurarne il rendimento individuale, o restituirlo alla condizione da cui cercava di uscire? La scuola, per don Milani, non deve certificare le differenze sociali ma correggerle, dando di più a chi ha meno. Per questo la bocciatura diventa una questione politica nel senso più profondo, non partitico. Anche la «vendetta» di cui parla non colpisce la professoressa: è un libro che trasforma la rabbia in accusa contro un intero meccanismo.
Il filo è sempre lo stesso. Davanti al giovane comunista disoccupato non si chiede quale partito abbia scelto; davanti al ragazzo bocciato non si chiede che voto abbia preso. Si chiede che cosa faccia la società con chi parte dall’ultima fila. Il suo rapporto con il comunismo va letto con la stessa lente: non una difesa dell’ideologia, ma un’accusa alla propria parte quando fallisce con i poveri.
La lettera del 1965
C’è poi un passaggio che rende l’attuale controversia ancora più significativa. Nella Lettera ai giudici del 18 ottobre 1965, nove mesi prima dell’incontro con Mazzerelli, scrive: «Il regime comunista è il tentativo che l’umanità ha fatto di realizzare l’ideale della giustizia. Il regime democratico è il tentativo che l’umanità ha fatto di realizzare l’ideale della libertà». Non è un elogio del comunismo, ma la distinzione di due aspirazioni che la storia ha inseguito con sistemi diversi.
Nella stessa lettera si spiega anche il rapporto con Rinascita, la rivista comunista che aveva pubblicato il suo scritto sull’obiezione di coscienza: pubblicare lì non significava aderire, e anzi temeva che la sua battaglia diventasse la bandiera di una parte.
È lo stesso rischio che si ripresenta oggi a Vagli. Da un lato una frase riferita a voce, che lo consegna a una condanna radicale del comunismo. Dall’altro un corpus di scritti in cui afferma di non essere comunista, ma rifiuta di considerare il comunista un nemico, riconosce nel comunismo storico una tensione verso la giustizia, difende il povero che perde il lavoro, accusa insieme comunisti, industriali e preti, e costruisce una scuola per dare ai deboli gli strumenti per non essere esclusi. Non assolve i comunisti, non nasconde la distanza fra fede e ideologia, ma rifiuta l’idea che la risposta cristiana sia combattere il comunista. La sua risposta è andare incontro al povero prima ancora di chiedergli da che parte stia.
Per questo la controversia non è solo locale. Riguarda il modo in cui una società costruisce la memoria dei suoi personaggi, la differenza fra testimonianza orale e documento, il diritto di attribuire a una figura storica una frase controversa presentandola come rappresentativa. Il Tribunale deciderà sul ricorso, ma resta una domanda che nessuna sentenza può eludere: può una frase isolata riscrivere la complessità di una vita?
Da Barbiana al 2026
Don Milani torna così, quasi inevitabilmente, in un dibattito di queste ore: il governo sta intervenendo di nuovo sulla composizione delle classi e sul rapporto fra studenti stranieri, conoscenza dell’italiano e integrazione. Il tema non è nuovo. Nel 1989 e nel 1990, con Sergio Mattarella ministro della Pubblica Istruzione, due circolari indicavano di non superare, ove possibile, quattro-cinque alunni dello stesso gruppo linguistico per classe, per favorire l’integrazione ed evitare classi separate. Nel 2010 il Ministero introdusse il tetto del 30 per cento di alunni con cittadinanza non italiana, con deroghe verso l’alto o il basso a seconda della conoscenza dell’italiano.
Ma la domanda di Barbiana non era quanti ragazzi mettere in una classe. Era che cosa debba fare la scuola quando incontra ragazzi che partono da condizioni diverse. Oggi l’ultimo della fila può essere chi non conosce ancora l’italiano, chi viene da una famiglia con pochi strumenti culturali, chi vive in una periferia fragile, chi entra in una classe dove la concentrazione delle difficoltà complica il lavoro dei docenti. Il problema è cambiato, la domanda no.
Distribuire gli svantaggi può evitarne l’eccessiva concentrazione, ma una scuola che vuole davvero integrare deve anche costruire gli strumenti perché chi parte da meno raggiunga gli altri. Non si chiedeva alla scuola di essere indulgente, ma di essere più esigente con se stessa: aiutare chi parte svantaggiato non abbassa il livello, impedisce che lo svantaggio diventi condanna.
La domanda che dovremmo porci nel 2026 non è quante differenze una classe possa contenere senza diventare un problema, ma quanta conoscenza, responsabilità e libertà siamo capaci di consegnare a ogni ragazzo prima di affidargli una parte della società. Una scuola ha compiuto il suo compito non quando ha promosso uno studente, ma quando ha formato una persona capace di stare nel mondo, comprenderlo e assumersi la responsabilità di cambiarlo.



