mercoledì, dicembre 12

Biennale Architettura: opening and closing space (2 di 3)

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Superata la fase di ambientamento, mi sono convinto che la Mostra vale il prezzo del biglietto. Con 25 euro si ha accesso ai Giardini e all’Arsenale, dove e’ situato il padiglione Italia. Il tempo necessario per la visita a entrambi varia tra una e due giornate e quindi richiede un certo impegno. Sarebbe bellissimo venirci d’estate per godere di questi posti unici all’aperto. Un giardino incantato. Tuttavia sono luoghi molto affollati considerato che il numero di visitatori di questa edizione del 2018 e’ stato di 275.000 nei quasi 6 mesi di apertura con un incremento del 6  per cento sull’anno prima. Per meta’ sono visitatori giovani sotto i 26 anni.

 

I progetti dell’opening space

Il secondo gruppo di padiglioni offre una panoramica di quel che è stato finora realizzato nel contesto di una urbanizzazione sostenibile. O si progetta di farlo in futuro.

L’Olanda va alla ricerca di una Nuova Babilonia di spazi in cui e’ tutto ordinato per il piacere di viverci o di lavorare. A cominciare dalla secolare lotta per tenere indenne la loro terra dalle acque del mare. Teslas of the canals e’ una nave che naviga senza la presenza dell’uomo da agosto di quest’anno per i canali del Nord Europa. Il territorio è visto come un test. Il lavoro e la vita sociale sono continuamente immaginati con uffici flessibili e greenhouses. Con le inevitabili contraddizioni che derivano dal fatto che molti servizi di progettazione sono appaltati a lavoratori in India che di sicuro non beneficiano di queste condizioni di vita.

La progettazione dei luoghi dove vivere non è più neutrale, ma tiene conto delle comunità che vi si installeranno. E’ il caso degli Star Apartments realizzati per 100 persone senza fissa dimora in Los Angeles. Tre piani multifunzionali e non uguali tra di loro.  Il piano terra è adibito ad atrio e parcheggio, nel primo piano sono ubicati  i servizi comuni, mentre gli appartamenti con angolo cucina e camera da letto sono al secondo piano.

Star Apartments – Michael Maltzan Architecture

In altri casi le minacce dell’ambiente esterno sono l’occasione per riprogettare le città.  HUMANHATTAN 2050 è un’enorme collana di cemento lunga 16 km per difendere Lower Manhattan, la parte bassa della citta’, dal mare. Si  piantano alberi che resistono alla salinità, creando zone elevate protette, musei, ponti. All’interno delle strutture urbane esistenti si creano barriere verso le alte maree che permettono di continuare a vivere e socializzare. Il progetto rivede e ridisegna la città per tener conto dei cambiamenti climatici in un ecosistema comunque fragile, che ospita milioni di abitanti.

Sono visioni dinamiche non statiche. Nessuno può dire come evolvono le nostre città, ma devono orientarsi a creare o ristrutturare l’esistente secondo i modelli prima ricordati anche se in modo del tutto casuale ed occasionale. Il genius loci ci appartiene.

Il ponte della liberta’ sul Danubio è un’infrastruttura viaria fondamentale di Budapest, oltre che uno dei simboli della città. Esso è stato occupato più volte a testimoniarne l’appropriazione da parte dei cittadini, non solo per ragioni di protesta contro l’ex regime comunista. Spazio per fruire dell’impossibile come nel 2016, quando fu chiuso per alcune settimane per lavori di ristrutturazione. Divenne il luogo dove si passeggiava, si mangiava, si andava in bicicletta e si sperimentarono lezioni collettive di yoga grazie all’intuito di un’istruttrice americana di passaggio nella città. Lì dove era la linea del tram ora vi erano migliaia di tappetini colorati per praticare yoga.

Il ponte si è trasformato immediatamente in un luogo di svago e riposo, alterando l’accezione di libertà e autocrazia, formale e informale, di pubblico e privato in un contesto urbano. La maggior parte degli occupanti erano Millennials, che ora attribuivano al luogo storico una funzione diversa. L’episodio evidenzia la trasformazione della mentalità post-sociale in un nuovo godimento dello spazio libero urbano.

Dieci grandi architetti per dieci cappelle, che prendono corpo come luogo di riflessione aperto a tutti, tra i giganteschi alberi del parco della Fondazione Cini all’isola di San Giorgio, nella laguna di Venezia. È  il suggestivo allestimento del Padiglione dello Stato del Vaticano, per la prima volta alla Biennale di Architettura. E’ l’unica location dove non si paga a parte altri eventi minori dislocati nel perimetro cittadino.

Tra le cappelle – nelle quali si è invitati ad entrare, sedersi, meditare e, se volete, pregare – si trova quella dell’architetto portoghese Eduardo Souto de Moura, premiato con il Leone d’oro come migliore partecipante alla XVI Biennale di Architettura.

Il progetto per il padiglione della Santa Sede deriva da un modello preciso, la “cappella nel bosco” costruita nel 1920 da Gunnar Asplund nel Cimitero di Stoccolma. Allo scopo di rendere il pubblico partecipe delle ragioni di questa scelta, il primo episodio che si incontra all’ingresso è uno spazio espositivo, dove sono esposti i disegni e il plastico di Asplund. Questa cappella nella sua essenzialità calvinista è ricca di simboli che testimoniano la natura di accoglienza verso chi rimane e di ritorno alla terra per chi non c’è più. Il passaggio dalla vita alla morte si colloca nelle asciutte strutture lignee del mondo nordico. Il legno conferisce a questi luoghi il silenzio della rimembranza.  A differenza del cimitero di Stoccolma,  nel bosco dove sorge Vatican chapels non vi sono mete e l’ambiente è una metafora del peregrinare della vita.

Una inedita esposizione a cura dell’Università Alma MATER di Bologna e dell’Università IUAV di Venezia apre lo scenario sulla violenza tragica dei fenomeni naturali che l’Italia conosce bene: il terremoto. Introduce al tema della rivitalizzazione sostenibile, cioè come ricostruire dopo i danni al patrimonio e alle popolazioni colpite, attraverso il recupero, il restauro, la ricostruzione. Foto e video di 5 Borghi Italiani divenuti luoghi-simbolo del terremoto: Venzone (terremoto in Friuli del 1976), SanFelice sul Panaro (terremoto in Emilia Romagna del 2012), Auletta (terremoto in Irpinia del 1980), Amatrice e Civita di Bagnoregio (terremoto Italia Centrale del 2016).

Parco a Ruderi – Auletta (SA)

Prendo a prestito le parole del Progettista, Arch. Massimo Martini, per illustrare in concreto uno di questi progetti, quello di Auletta, uno dei tanti paesi presepe distrutti dal terremoto del 1980.

Il Parco a ruderi non è il museo delle cere che il cosiddetto restauro ovunque benedice, è il trionfo dell’effimero, del segno, della traccia, di quella materia che negli anni ’60 si fece arte, in una forma di espiazione e di ascetico misticismo. Il Parco a ruderi è il sogno di farsi riconoscere da coloro che artisti non sono, dentro lo stesso occhio sociale che vaga libero nel Cretto di Burri a Gibellina.”

I progetti del closing space

La rassegna è attualissima e prosegue con il terzo gruppo di padiglioni. Dove si espongono i tanti fattori che tengono chiusi gli spazi e non ad aprirli. La speranza è di renderli fruibili a tutti grazie agli interventi dell’uomo.

Il padiglione di Israele ci fa conoscere cosa significa la regola dello status quo, in luoghi simbolo della storia dell’umanità. Lo spazio che diventa coreografia perché i luoghi santi, in base a un editto ottomano del 1853, sono regolati per l’uso da parte di 6 differenti chiese cristiane e ogni funzione religiosa ha una propria fenomenologia estremamente dettagliata. Lo Statu Quo: Structures of Negotiation esplora i meccanismi di coesistenza obbligata.

Nel mondo geopolitico della Terrasanta, eventi storici, miti e tradizioni hanno favorito la creazione di una molteplicità di luoghi considerati sacri da religioni e comunità in reciproca competizione. Molti di questi luoghi sono stati scenario di duri combattimenti. Tuttavia, continuano a funzionare in base a una rete invisibile di negoziati politici e accordi in corso. Lo Statu Quo funge da piattaforma per indagare il modo in cui questi accordi hanno regolato e trasformato il paesaggio locale. Nel suggestivo plastico, ad ogni colore corrisponde una professione di fede diversa in uno spazio ristrettissimo.

Lo Status Quo Padiglione di Israele

Gli stessi concetti di frontiera sono suscettibili in alcune aree del mondo di diventare aree stanziali altamente urbanizzate. La dimensione della cittadinanza giuridica si modifica in modo sostanziale ponendo nuove sfide. E’ il caso di MEXUS e del fiume TIJUANA che attraversa la frontiera tra Messico e Usa, ove si distende una regione densa di insediamenti urbani, zone fluviali e ben 3 muri di confine di cui uno in costruzione. Ci vivono 15 milioni di persone e l’area in questione è più grande dell’Italia.

Spesso la riqualificazione urbana si trova di fronte alla scelta tra abbattere o ricostruire. Corviale ne è un drammatico esempio. Vero scempio nella storia dell’edilizia popolare italiana. Essa ha concepito questo palazzo-diga come un muro invalicabile lungo un chilometro in periferia di Roma dove alloggiano 7000 persone. Oggi si vorrebbe realizzare un palazzo filtro tra la città e la campagna dell’Agro Romano. Una sfida enorme affidata all’ architetta vicentina Peretti che vive a Roma.

 

Plastico di Corviale – Roma

Uno dei padiglioni più sorprendenti è il padiglione della Russia trasformato in una immensa stazione della Transiberiana. Su uno schermo in 7 minuti scorrono le immagini dell’intero viaggio della mitica ferrovia costruita ai primi del Novecento. Il viaggio da Mosca a Vladivostock in realtà dura 7 giorni alla media di 60 km orari per percorrere quasi 10.000 km. La ferrovia non è solo un’infrastruttura, ma un grande fiume da navigare per spostarsi perchè non c’è alternativa. Si progetta una riduzione dei tempi di percorrenza per cambiare la vita di milioni di persone che potrebbero essere più stanziali e meno propense a muoversi. Intervenendo sulla ferrovia si ridurrebbero i flussi migratori interni.

francesi hanno presentato una pluralità di micro progetti riservati a luoghi pubblici da salvare tra Parigi, Marsiglia e altre città. Riguardano caserme, industrie e finanche l’enorme edificio dove l’impresa di pompe funebri della municipalità parigina si occupava di tutto quel che era necessario per assicurare un dignitoso funerale ai circa 30.000 parigini che morivano in media ogni anno.

Nello stupendo pavillon dell’Australia da pochi anni inaugurato a forma di parallelepipedo nero troviamo Grasslands Repair una installazione di 60 varietà di piante australiane minacciate di estinzione con una decina di progetti di interventi per ripristinare l’habitat preesistente all’arrivo dei primi coloni.

Il passato che rivive è il tema del padiglione tedesco Unbuilding Walls. Il muro di Berlino è durato 28 anni e sono passati 28 anni dal suo abbattimento. Lascia aree vuote non ancora riempite in bilico tra la voglia di ricordare e il desiderio di dimenticare. Aree vuote che esistono dentro la nuova capitale Berlino, creando una dissonanza da risolvere.

Chinese Pavillon – 3D Robot Printed Cloud Village

Un tema che si ripresenta molte volte è quello dei junkspace, gli spazi dei rifiuti industriali ed urbani, riciclati e non. Tuttavia, in alcune aree del mondo la filiera produttiva dei rigattieri è tale da espandersi in tutti gli spazi senza regole ne’ vincoli.  L’esigenza primaria è di stoccare la mercanzia in tutti gli interstizi urbani. Al Cairo ha raggiunto dimensioni preoccupanti e va sotto l’italianissimo nome di ROBABECCIAH.

Il padiglione egiziano affronta quindi il tema della riqualificazione strategica degli spazi commerciali spontanei, presenti in tutto il Paese. Il souk tradizionale, confinato in stradine strette e spazi interstiziali delle aree storiche, ha conquistato nuovi territori.  Il commercio di “roba vecchia” è una parte importante di tutte le attività commerciali: gli oggetti in disuso sono i primi a essere raccolti per poi venire impilati in aree che vanno a creare zone dedicate per futuri obiettivi commerciali. La “roba vecchia” rappresenta un’importante metafora della condizione antropologica-urbana del mondo contemporaneo. E’ una metafora che forse non riguarda solo Il Cairo ma anche molte città europee. Pensare di progettare lo spazio del “mercato urbano” significa ripensare il ruolo dello “spazio libero” nel denso tessuto morfologico e sociale della città.

(continua)

 

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