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L’arcitaliano

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Villa Malaparte a Capri
Tempo di lettura: 3’. Leggibilità ***.


“Non si può fare il ritratto di Mussolini senza fare il ritratto del popolo italiano. Le sue qualità e i suoi difetti non gli sono propri: sono le qualità e i difetti di tutti gli italiani. Il dir male di Mussolini è legittimo: ma è un dir male del popolo italiano”. 

“Penso che se fossi vissuto in una società più virile e in mezzo a un popolo più virile sarei forse potuto diventare un uomo nel vero significato della parola. Ma se dovessi definirmi con una sola parola direi che, nonostante tutto, sono un uomo.”

Queste sono due frasi taglienti e polemiche di uno degli intellettuali più controversi del XX secolo: Curzio Malaparte, fortunato pseudonimo di Kurt Erich Suckert, nato a Prato nel 1898 e morto a Roma nel 1957. Si soprannominò l’Arcitaliano, considerandosi la migliore sintesi del carattere dei connazionali.

Eppure forse diceva quello che gli altri non dicono di noi italiani. Siamo tutto e il contrario di tutto per vocazione. Questa nostra natura ci permette non solo di sopravvivere quanto di vivere bene. Giocando di sponda tra le potenze europee e nell’apparente rigore finanziario che ci siamo dati riusciamo a trovare, come l’anguilla, la strada per uscire dall’enpasse. E per questo ci amiamo alla grande, proprio come scriveva in altre circostanze il grande scrittore pratese.

Lo vediamo bene in questi tristi giorni dell’epidemia in cui si discute su ogni aspetto, anche quello più insignificante. Pur di mantenere il paese così come è, per non scontentare nessuno. Vediamo qualche utile ingrandimento.

Le Regioni si sono trasformate in Stati giacché decidono non solo di sanità, ma di ordine pubblico, libertà di movimento delle persone, rapporti con stati esteri, riaperture e chiusure delle attività economiche.

Le banche, che già non facevano impieghi all’economia da quasi un decennio, sono ora il pivot di tutti gli interventi finanziari, di sostegno e ripartenza. Questi sono assistiti da garanzie pubbliche pressoché totali, senza che possa scappare un euro di perdita per nessuno tranne che per lo Stato. Più che imprese di intermediazione finanziaria, le banche sono veicoli lenti e incrostati di fondi pubblici. Tanto varrebbe per lo Stato farlo direttamente o tramite banche opportunamente nazionalizzate, come ci siamo spinti a dire nella nostra Proposta indecente. Incidentalmente, se non ora quando? Potremmo sbarazzarci in poco tempo degli assuefatti e svogliati banchieri e dei loro agghindati controllori.

Lo Stato italiano chiamato a sorreggere per non schiantare un elevatissimo debito pubblico trova nella pandemia la sua vocazione più dissipatoria e tragica. Fare altro debito è urgente e necessario urlano tutti e lo predicano perfino le vestali dell’austerità. Come si ripaga non importa minimamente. E se falliamo? Ci penseremo al momento, qualche rimedio ci verrà in mente.

Per amarci così tanto da continuare imperterriti sulla nostra strada abbiamo ovviamente bisogno di politici accondiscendenti. E li abbiamo sempre avuti. A destra e a sinistra. Trasversalmente, obliquamente, longitudinalmente, a geometrie variabili, euclidee e non euclidee. Ma c’è bisogno di altro ancora. E cioè di una burocrazia fatta di competenze (nel senso di prerogative, non di conoscenze), procedure, termini, deroghe ed eccezioni così da confermare la sua essenza di casta inamovibile, cioè che niente muove. Il suo vero fine è farci amare per così come siamo senza tanti voli pindarici. Calma e gesso seppure cade l’ennesimo ponte o per accidenti giunge un terribile terremoto. Prima le procedure e le competenze, il nostro primum vivere.

Lentamente e come una droga la rendita burocratica ha invaso il nostro sistema economico a discapito del profitto e del lavoro. Tutti legittimamente o meno ne vogliono bramosamente una parte. Oggi la rendita non è più quella di una volta, fondiaria o edilizia. E’ la rendita burocratica, pervasiva, totalizzante, spietata! La sinistra non grida più “no alla rendita, sì al profitto giusto”, come nei decenni passati. Anch’essa è casta e rendita.

Finiamo per essere sconfitti da noi stessi, dalla nostra vanagloria, che spegne, in una stucchevole retorica, la nostra pretesa bellezza di italiani e le nostre autentiche bellezze naturalistiche e artistiche.

E sembrano riecheggiare, ieri come oggi, le pagine del grande e maledetto affresco di Napoli e della guerra di Malaparte, La pelle. Un popolo vinto non può che essere un popolo di colpevoli. Null’altro rimane allora se non la lotta per salvare la pelle: non l’anima, o l’onore, o la libertà, o la giustizia, ma la «schifosa pelle».

Sia detto per concludere a beneficio dei tanti pensatori ed economisti di casa nostra che fingono che non sia così.

Lo Stato pezzente con duemila quattrocento miliardi di euro di debiti e le famiglie in possesso di una ricchezza finanziaria quasi doppia ci raccontano proprio questo: ognuno ha pensato solo alla propria pelle. Non è una dichiarazione di assoluzione per nessuno, ma di colpevolezza. Malaparte aveva terribilmente ragione. Siamo tutto e niente. Andarlo a spiegare ai nostri sodali europei diventa sempre più complicato, anche per i nostri retori più navigati. Non è che questa volta ci hanno irrevocabilmente sgamato?

 

2 COMMENTS

  1. Gent.mi,
    ho letto il Vostro articolo “l’arcitaliano” con molto interesse in quanto rispecchia esattamente le nostre condizioni “socio-politiche-economiche”, che si potrebbe riassumere:
    nell’economia politica la tradizione prevalente, affermatasi fin dagli scritti dei mercantilisti e dei fisiocratici e dalla ricchezza delle nazioni di Smith, riferisce il fenomeno dello sviluppo e lo studio delle sue cause e delle sue modalità a una entità corrispondente a un “paese” o a una nazione, considerata isolatamente o nei suoi rapporti con il resto del mondo.
    Tutto il commercio internazionale era conflittuale e si basava su una convinzione, che al guadagno, di uno stato dovesse corrispondere alla perdita di un altro. I mercantilisti, più che a produrre nuova ricchezza, pensavano a portarla via agli altri.
    Secondo la dottrina economica sviluppatasi in Francia nella prima metà del XVIII secolo, che faceva risiedere la fonte della ricchezza nell’agricoltura è la vera base di ogni altra attività economica: solo l’agricoltura è infatti in grado di produrre beni, mentre l’industria si limita a trasformare e il commercio a distribuire. La fisiocrazia assume quindi il momento della produzione dei beni e non il momento dello scambio come situazione in cui viene creata ricchezza. Tutto il ciclo economico della fisiocrazia ha come fine ultimo quello di creare un surplus (o prodotto netto), che poi verrà investito nuovamente nell’agricoltura (per aumentare la produttività di un terreno, avere a disposizione più manodopera, compiere ricerche nel campo delle macchine agricole), attraverso una condizione di libero mercato.
    Non c’è peggiore sordo di quello che non vuol sentire!!!

  2. Talvolta non servono tante parole per descrivere un popolo nelle sue fattispecie. Per noi che ne facciamo parte, poi, è facile cogliere tutte le angolazioni più o meno esplicitate nell’articolo. Del resto è anche naturale che l’assetto organizzativo di ogni tribù rispecchi le caratteristiche di una propria cultura …… lo stesso dicasi sui capi prescelti.

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