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Proposta indecente

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Tempo di lettura: 4’. Leggibilità **.

Scenari economico-politico-sanitari.

Se lo scontro in seno all’Europa si ricomporrà facendo intraprendere a tutti i paesi un percorso per sostenere solidalmente il peso economico della pandemia, si aprirà una fase del tutto nuova per l’antico continente. Magari, con il nostro indomito spirito autoelogiativo, ci vanteremo pure di aver piegato i nostri feroci antagonisti nordici e tireremo un sospiro di sollievo per essere scampati alle condizioni del Mes.

In questo caso saremmo ancora attaccati al treno europeo. Ne saremmo però ventre ancora più molle, l’ultimo e instabile vagone, a rischio di continuo deragliamento. L’esperienza ci è già nota.

Se il divario politico non sarà invece sanabile, saremo lasciati a noi stessi, formalmente liberi dal fiscal compact, ma definitivamente isolati. Ci sembrerà sul momento un toccasana. La deriva però in poco tempo ci farebbe sopravvivere ad horas, con i mercati che ci confinerebbero per sempre tra i paesi al altissimo rischio finanziario. Conseguenza: la stessa di prima! Perché in entrambi i casi il nostro declino economico diventerebbe probabilmente irreversibile.

Volendo uscire da questo cupo scenario-tenaglia, proviamo a trarre qualche conseguenza dall’affannarsi di proposte a colpi di centinaia di miliardi, per tenere in piedi l’economia italiana.

Siccome è difficile trovare una coerenza in tutte le iniziative che si susseguono, i dubbi che sorgono è che non prevalgano trascendenti interessi generali, ma il più terreno cui prodest di categoria. A vantaggio di chi certe proposte si trasformerebbero? Detto in altre parole quali effetti avrebbero sulla già scompensata distribuzione del reddito nazionale, tra capitale e lavoro, tra economia reale e finanza, tra rendite di posizione e classi sociali allo stremo l’accaparrarsi di questo bendidio di soldi pubblici.

Senza addentrarci in sofisticate analisi socio-economiche, il punto che tutti rivendicano è assicurare la liquidità alle imprese. Giustissima esigenza. Che le risorse pubbliche, attivate con strumenti straordinari, arrivino al mondo della produzione, fino a raggiungere tutti gli interstizi, i fornitori, l’indotto, la logistica, la distribuzione, i lavoratori e i loro consumi!

L’albero e i rami

L’immagine che questa grossolana descrizione evoca è quella di un grande albero, con le radici sempre più affondate nel debito pubblico, il tronco (l’economia reale) che si tiene e si rafforza, la linfa che si distribuisce fino alla più minuta ramificazione (le filiere), al tenero fogliame (le pmi), financo alle gemme, che appena spuntano (start up innovative).  Ce n’è per tutti ed è tutto giusto.

Così descritto il nostro albero sarebbe però la solita rappresentazione del mercato che, aiutato da pantalone, data l’emergenza, tornerebbe a produrre nuovi miracoli, senza condizioni, senza rinuncia ai propri diritti, perché soltanto così la libertà economica sa scatenare nuova efficienza. Dateci i soldi e liberateci dalle malefiche regole della burocrazia. Dimitte nos debita nostra et libera nos a malo. Al resto pensiamo noi. Il beneficio generale sarà maggiore dei costi che sopporterete devolvendo a noi le vostre risorse. La mano invisibile, per quanto foraggiata, sarà sempre la più efficace di tutto!

Pur essendo tendenzialmente liberisti anche noi, qualche dubbio ci viene da questo nuovo modello di socializzazione delle perdite e di privatizzazione degli utili, in tempo di Coronavirus. Ma sono argomenti troppo grandi e dopo tutto non possiamo essere supponenti, né precipitosi. Quindi passiamo ad altro.

Tanta linfa disponibile 

Chi dovrebbe distribuire alla chioma dell’albero questa nuova, enorme linfa? Ma che diamine: le banche! Ed eccole di nuovo al centro, dopo che per anni non hanno fatto credito alle imprese e si sono adoperate soprattutto per liberarsi degli NPL, buttando alla malora chissà quante imprese che potevano essere salvate insieme con l’acqua sporca della crisi.

Prestare con i nuovi flussi di denaro pubblico, con le nuove garanzie statali, a tassi zero o negativi, senza guardare per il sottile, abbeverandosi alla fonte d’acqua, sgorgante in quantità pressoché illimitata, sarebbe un lavoro che, si da’ per scontato, le nostre banche saprebbero fare benissimo.

Sarà anche così. Ma forse qualcuno comincia a dubitare.

Proposta indecente

Lo fanno pensare tre esternazioni alcune più istituzionali, altre meno.

A) l’allentamento dei vincoli di spesa pubblica europei porta con sé anche quello relativo alle note restrizioni sugli aiuti di stato, dando la possibilità di intervenire nel capitale delle imprese di qualsiasi natura, banche comprese, pratica finora gestita con grande severità dalla DG Concorrenza della Commissione Europea.

B) La BCE, insieme all’allentamento dei vincoli di vigilanza nei confronti delle banche, propone ad esse di rinunciare alla distribuzione dei dividendi, intervenendo su una prerogativa del libero mercato: quella del diritto agli utili da parte degli azionisti, cioè dei flussi da cui dipende il valore di borsa delle società quotate.

C) Mario Draghi, nel suo ormai celebre articolo sul Financial Times (tra l’altro, perché non l’ha dato ai principali quotidiani dei paesi dell’Unione, ma al campione mediatico del primato della finanza, per di più di un paese in uscita dall’Europa?) ha paragonato la pandemia con l’economia di guerra.

Orbene, che cosa dovrebbe capire il comune cittadino da questi impulsi?

Una sola cosa. Che si debba andare velocemente verso la nazionalizzazione delle banche, perché gli indirizzi di spesa prendano la strada di un necessitante dirigismo che assicuri la minore dispersione possibile delle risorse di tutti. E anche perché le banche, come le conosciamo, sarebbero difficilmente in grado di resistere con le loro sole forze davanti ai crediti malati che potrebbero di nuovo esplodere. Come effetto accessorio, avremo anche il ricambio nella generazione dei banchieri, loro controllori compresi, che in questi anni non hanno certamente brillato per capacità.

La ricchezza nazionale trasferita alle imprese da intermediari nazionalizzati fu, dopo tutto, la strada intrapresa da molti paesi immersi nella Grande Depressione degli Anni Trenta, perpetuatasi nella economia di guerra del secondo conflitto mondiale e oltre.

Se la nostra è una stupidaggine sesquipedale, ce lo dicano senza mezzi termini, spiegandocene i motivi! Accettiamo anche gli improperi.

Altrimenti a questa proposta indecente ci sentiamo anche di aggiungere che la cosa, ove da fare, si debba fare al più presto, per proteggere i nostri risparmi e la nostra economia, as much as we can.

Chissà se le proposte indecenti rientrano nel Whatever it takes.

 

 

1 COMMENT

  1. In questa confusione socio-economica, un articolo che accende un cono di luce sullo scenario percorribile dalla politica italiana e che illustra in modo esaustivo – e con chiarezza – entrambi i lati della medaglia che ci si appresta a lanciare.

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