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Il capitale umano di Maradona

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Difficile aggiungere parole o considerazioni alla costernazione planetaria che ha seguito la scomparsa di Maradona. Sono rimasto molto colpito, tra i tanti commenti che ho letto, da quello sul sito dell’Eliseo del Presidente Macron, un lungo e toccante elogio funebre destinato in genere a Capi di Stato o eminenti personalità della cultura. E’ il ritratto della vita intera del campione che, all’inizio, era dotato di nulla se non della sua abilità di avere le mani al posto dei piedi. E di questa sua tecnica sopraffina ne fa un patrimonio senza uguali. Gli consente di acquisire un carisma intangibile presso tifosi ed avversari per finire ammirato e riverito come uno dei grandi leader del ‘900.

Questa interpretazione di Macron – che io trovo molto convincente – aiuta a precisare un pò meglio il concetto di capitale umano e del suo rendimento, così come originariamente formulati dalla teoria economica negli anni ‘60.

L’enciclopedia Treccani definisce il capitale umano come l’insieme di capacità, competenze, conoscenze, abilità professionali e relazionali possedute in genere dall’individuo, acquisite non solo mediante l’istruzione scolastica, ma anche attraverso un lungo apprendimento o esperienza sul posto di lavoro e quindi non facilmente sostituibili in quanto intrinsecamente elaborate dal soggetto che le ha acquisite.

Innegabile che la formazione scolastica gioca un ruolo fondamentale nella vita di un individuo e nella determinazione del suo capitale umano. Per fortuna, però, le vie del Signore sono infinite e l’astro Maradona segue altre vie, fatte di povertà e di incessanti allenamenti in uno squallido barrios di Buenos Aires quando era solo un ragazzo. Eppure lavorando sulle sue abilità e portandole all’estremo diventa sì un grande calciatore, ma anche altro. Qualcosa che va oltre il calcio come ben sottolineato nel necrologio dell’Eliseo.

Egli diventa un eroe moderno, l’artefice di una ondata di inclusione sociale, calcisticamente parlando, che parte da Napoli ed arriva a coinvolgere una intera nazione, la sua, fino a rappresentare un esempio di riscatto nel mondo. In tanti, a torto o a ragione, così lo hanno percepito. Grazie a lui, Napoli e Buenos Aires per un pò di tempo hanno vissuto l’illusione di non essere piu’ il Sud del mondo. Una meteora, i suoi dribbling davano gioia e speranza. Ed allora molti episodi della sua carriera calcistica diventano atti con valenza politica, indimenticabili e soprattutto inimmaginabili come accadde nella partita tra Inghilterra e Argentina a Città del Messico nel 1986. Segnò due goal, il primo di mano con l’aiuto di Dio, il secondo condensando in una azione che non finiva mai tutto quello che il calcio ci aveva fatto fino ad allora vedere. Fu la rivincita di una nazione contro l’invasione delle Isole Falkland.

La seconda metà della sua vita ci dice, purtroppo, un’altra tragica verità su come sia facile distruggere e dilapidare il capitale umano, accumulato negli anni e per quanto grande possa essere. Dovrebbe essere un chiaro messaggio per i giovani di oggi per evitare forme di dipendenza da droghe ed alcolici. Protratte nel tempo contribuiscono, come nel caso di Maradona a far perdere affetti, risparmi, abilità professionali e alla fine anche la propria vita.

Il lascito che ci offre è quindi duplice ed è enorme. Quando era ragazzo che palleggiava all’infinito con un pallone poteva immaginare di vincere la Coppa del Mondo ma non pensava certo di perdere così miseramente contro i suoi fantasmi. Sono due vite così diverse, due modelli di speranza e disperazione. Che siano di monito alle future generazioni a ricordo di un sublime calciatore che seppe diventare anche il capitano indiscusso di intere generazioni, per poi abbandonare tutto e tutti troppo presto.

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