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California e Banche. La musica sta (di nuovo) cambiando?

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Ho tra le mani la copertina dell’album musicale col cielo californiano color oro – potrebbe anche essere, perché no, quello della Silicon Valley – e la mitica immagine dell’albergo in lontananza, in parte coperto da alberi.

Estraggo con cura dalla custodia il disco in vinile, lo appoggio sul giradischi, posiziono l’ago con il suo iniziale crepitio, mi siedo su una comoda poltrona e poi via, con il suono analogico, magari non perfetto e cristallino come quello digitale, ma sicuramente caldo e coinvolgente con le note e il ritmo quasi ipnotico di Hotel California e il suo celebre assolo di chitarra.

Ma, ora, la musica e le abitudini di ascolto sono radicalmente cambiate…

Come è risaputo l’industria discografica ha sperimentato negli ultimi anni una “burrasca di distruzione creativa”, che a causa dei processi di

digitalizzazione ha portato ad abbandonare i supporti fisici usati per ascoltare musica a partire dai vinili, oltre alle audio-cassette e ai compact- disk.

L’affermazione delle piattaforme di streaming online, come Spotify, Apple Music e Amazon Music, ha avuto un impatto significativo sull’industria discografica e ha indotto un profondo cambiamento del modello di business, non più basato sulla vendita di dischi fisici bensì sulla distribuzione digitale.

Le case discografiche, dopo goffi tentativi di difendere le proprie posizioni di potere di mercato, hanno iniziato a collaborare con le suddette piattaforme di streaming per poter sopravvivere nel nuovo contesto digitale. Ciò ha anche comportato modifiche sulla struttura del settore, con diverse aziende discografiche tradizionali che sono andate in difficoltà.

“Finché la musica suona, bisogna alzarsi e ballare”.

Così si esprimeva Charles O. Prince, amministratore delegato di Citigroup, in prossimità del collasso finanziario mondiale del 2008, che ha dato all’epoca uno scossone al sistema bancario e non solo (New York Times, “We’re still dancing”, luglio 2007).

A proposito del passaggio dai supporti fisici a quelli digitali, in effetti dopo quella crisi finanziaria anche il sistema bancario ha ridotto la propria presenza “fisica” con una forte riduzione degli sportelli sul territorio, oltre che del numero di istituti creditizi (in Italia, circa il 40% in meno).

Non sappiamo se questi processi di ristrutturazione siano paragonabili a quello radicalmente innovativo del settore discografico prima descritto, dovuto soprattutto all’evoluzione tecnologica.

Oggi gli operatori e le Autorità sono concordi sulla complessità delle sfide che il sistema bancario deve affrontare con l’irrompere sempre più veloce e pervasivo della tecnologia e dei nuovi attori nei servizi finanziari, di nuove forme di finanza e di moneta digitale (anche con il coinvolgimento delle banche centrali) e delle conseguenti evoluzioni regolamentari.

Si è affermato il “concetto secondo cui la tecnologia diventerà l’elemento più importante nella definizione degli assetti competitivi all’interno del settore bancario… tutte le aziende saranno aziende tecnologiche (Tech Companies) o ’non saranno’” (“Le Banche del futuro”, The European House – Ambrosetti).

E’ in arrivo una situazione paragonabile all’irrompere dello “streaming on line” del settore discografico? Si vedrà.

Intanto, registriamo le poco rassicuranti notizie sulla crisi della Silicon Valley Bank (SVB), sedicesima banca degli Stati Uniti con sede nella Baia di San Francisco in California, crisi avvenuta paradossalmente proprio nel luogo simbolo dell’evoluzione tecnologica, parco scientifico per antonomasia.

E’ un segnale che la musica sta cambiando di nuovo?

Alcuni commentatori hanno sottolineato la specificità del business della SVB quale controparte di aziende tecnologiche e innovative, caratterizzate da fasi di euforica crescita e di crolli improvvisi e rovinosi; la situazione descritta, tanto per rimanere in ambito musicale, sembrerebbe rievocare l’atmosfera di “gloria svanita, innocenza perduta e decadenza” dell’Hotel California (frase dell’interprete del brano) che cancella quella più gioiosamente onirica di “California dreamin”.

In verità, però, le informazioni finora disponibili fanno intendere di una crisi bancaria classica, dovuta a cause tradizionali: disallineamento delle scadenze, perdite nel portafoglio titoli (non ”tossici” ma del Tesoro americano) derivanti dall’aumento dei tassi di mercato dovuto alle politiche monetarie restrittive e elevata concentrazione dell’operatività per settore e singoli clienti.

Rimane un’ultima (amara) considerazione: come per il passato, l’evento critico è giunto del tutto inatteso, basta guardare le improvvise fibrillazioni dei mercati internazionali e le reazioni, talora concitate, delle autorità monetarie e politiche.

Ancora una volta, quindi, non “l’abbiamo visto arrivare”! E questo non è rassicurante…

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