lunedì, ottobre 15

Frustrazioni e complessi di colpa generazionali

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Tempo di lettura due minuti.

Quando ho scoperto di far parte dei baby boomers (nati tra il 1946 e il 1965 e vissuti nell’epoca della fondamentale invenzione del computer) ho sentito un pizzico d’orgoglio, dovuto forse all’espressione anglofona che riecheggia una forza dinamica in progressiva, incessante  crescita.

Moto d’orgoglio in verità subito sopito, per aver appreso che tale “prorompente” fascia generazionale è stata abbondantemente superata dalle progenie successive,  invero meno numerose,  denominate, con un richiamo ancor più futurista,  X e Millennials.

La sensazione si è trasformata in amarezza, avendo preso coscienza che la generazione baby-boomers è anche quella in cui le conoscenze (lavorative e non solo) acquisite negli anni perdono più velocemente valore sotto la scure di un processo, mai sperimentato prima, di progresso tecnologico e di digitalizzazione del mondo e della nostra vita.

In passato, le persone più anziane erano rispettate in quanto depositarie del “sapere” maturato e tramandato negli anni. Oggi nel migliore dei casi sono oggetto di ironica attenzione – per la minore capacità nell’uso quotidiano della tecnologia – e sono destinatarie di inviti, più o meno espliciti, a farsi da parte, abbandonando le posizioni ritenute (in verità non sempre a torto) di ingiusto privilegio dalle nuove generazioni.

Per fortuna di recente un amico anglosassone mi ha detto “Experience will give you wisdom!”. Se il “sapere” acquisito nel tempo tende a svalutarsi,  il valore della saggezza maturata con l’esperienza (nelle diverse dimensioni di assennatezza, equilibrio, buonsenso, accortezza, discernimento, avvedutezza, prudenza, ecc.) non invecchia, è forever young; origina nel passato ed è sempre spendibile nel futuro.

Questa convinzione sconta forse un pizzico di interesse personale, un sottile conflitto di interessi, ma mi piace condividere l’approccio culturale secondo il quale l’invecchiamento non è un problema, ma un’opportunità (vedi “Il Futuro che (non) c’è”, A.Rosina, S.Sorgi, Università Bocconi Editore ), che agevola la società e l’economia nel produrre un benessere condiviso cogliendo “i frutti positivi di tutte le stagioni della vita”.

Poi mi hanno accusato di sottrarre risorse alle generazioni future. Mi hanno detto che le condannerò alla povertà e che malediranno me e il mio egoismo.

Non so più se sono olio o sabbia nell’ingranaggio della storia demografica. Come diceva quel tale,  i grandi sono tutti morti e anch’io mi sento poco bene.

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