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La valutazione del personale

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Un sistema all’avanguardia

In una realtà lavorativa caratterizzata dalla compresenza di tante eccellenze era difficile emergere.

Nella stagione dei “bollettini” – così si chiamavano le pagelle valutative degli impiegati – si alternavano dietro alle porte delle direzioni ansiosi singoli per conoscere il risultato attribuito alla loro prestazione. Il contenuto del breve colloquio era sempre lo stesso. Volendo essere di sprone, le cose, anche se buone, potevano sempre andare meglio. Il meccanismo era inattaccabile e i pochi ricorsi dei dipendenti avversi i giudizi non condivisi venivano, in pratica, tutti respinti.

Tra i colleghi regnava una certa omertà. La valutazione costituiva per un po’ un segreto da nascondere alla vista degli altri. La “preferenza” incassata poteva destare imbarazzo, come, all’opposto, il mancato apprezzamento della prestazione.

Poi diventava il segreto di Pulcinella. Quando le cose si risapevano, ognuno dava la stura alla propria valutazione degli altri e, ovviamente, invidie e gelosie si sprecavano. Era per l’azienda un buon metodo per praticare il vecchio detto del divide et impera.

Il sistema non era però così manicheo, come qualcuno potrebbe pensare. I buoni da un lato, i cattivi dall’altro. La statistica delle medie e certi budget di punteggio preassegnati ai dirigenti-valutatori contenevano gli eccessi di discrezionalità e facevano dimagrire  le “code” della distribuzione. Distorsioni non si potevano comunque evitare.

Ciò che faceva la differenza in vista di promozioni o altre gratificazioni erano però le sfumature. Al punteggio numerico veniva abilmente associato un giudizio qualitativo fatto di frasi ad hoc, aggettivi più o meno reboanti, avverbi dalle attente modulazioni. Si trattava di una specie  di codice segreto da decrittare.  Erano differenze che ai più sfuggivano, salvo capirlo al momento del mancato riconoscimento atteso. Era davvero un alto virtuosismo valutativo. Roba da raffinati gestori di risorse umane.

Ognuno al suo posto

Se poi nel corso dell’anno avevi ricevuto la visita degli ispettori interni, ecco che veniva confezionato su di te un altro breve resoconto, che aveva il suo peso al momento opportuno. Anche in questo caso, poche, ma significative parole facevano la differenza.

Insomma, la tua azienda sapeva scrutarti in ogni anfratto della tua personalità impiegatizia. Ed era sempre brava a collocarti, nella piramide del merito, al posto giusto. Non c’era da sbagliarsi. Essa non sbagliava mai. L’infallibilità si estendeva anche all’autoselezione della sua classe dirigente.

Valutare a posteriori gli esiti di quel sistema non avrebbe senso. Apoditticamente i migliori erano migliori. I mugugni restavano confinati nel diritto tollerato anche sui velieri settecenteschi affidati a comandanti posti subito al di sotto di Dio onnipotente. I sindacati distribuivano ogni anno gli stessi volantini, riesumandone i cliché. In essi ripetevano critiche di maniera al sistema, diffidando l’azienda a non abusarne e chiedevano un numero sempre maggiore di posti per ogni grado gerarchico.

La stagione dei bollettini era, diciamo così, un lungo periodo di stanca vivacità aziendale. Si ripeteva ogni anno, come i cicli della natura.

Spesso non faceva a tempo a chiudersi il precedente, che già iniziava il successivo. Ipocrisie, stronzaggini, finte solidarietà, soddisfazioni per gli incidenti altrui abilmente mascherate. Alcuni ti invitavano a fregartene, altri, con sufficienza, ti consigliavano di “stare sereno”.

C’erano anche delle banalità come quella che per far carriera conta soprattutto la fedeltà e l’altra che è sempre apprezzata l’intelligenza volta a non creare problemi.

Se poi ti veniva in mente qualche brillante soluzione era bene non farla pesare sui superiori, che non avevano avuto la tua stessa prontezza.

Ars retorica

Una volta un direttore, davanti a certe mie reazioni non proprio benevole, attinse ai maestri della retorica. E:

“Ricordati sempre che sei un dipendente della nostra gran ditta. Noi siamo fedeli nei secoli come l’Arma. Il paese conta su di noi. Finché noi stiamo in piedi, il paese sta in piedi. E tu vuoi prendere le armi contro un misero bollettino. Che cos’è mai la stizza per un bollettino che non ti soddisfa a paragone dell’orgoglio di appartenere ad un’istituzione tanto prestigiosa come la nostra. Contestare un bollettino non è cosa all’altezza della tua intelligenza!”.

Fu così che ogni mia ribelle velleità fu sepolta per sempre. Mi rimase per molto tempo il dubbio della presa per il culo, ma ormai il momento per rispondere al mio valutatore era passato. E il bollettino acquisito definitivamente al mio fascicolo personale.

Tante  brave persone si adattavano alle circostanze e, preferendo alla carriera ad ogni costo altri valori, concedevano spazio a chi era più portato alla lotta. Sono le figure controverse che si ricordano più volentieri e che affollano la memoria di tanti trascorsi. Tutto il resto fa parte delle esperienze che rimangono nell’ombra e che, qualora non siano state buone, ci hanno comunque forgiato. Leonardo Sciascia docet. Con spirito di rassegnazione, si intende. Nessuno pensi però che io appartenga a coloro che vorrebbero todos caballeros. Dio ne guardi! Ce ne sono già troppi.

Per concludere

Quanto alle organizzazioni, siamo portati a chiederci le cause di certe involuzioni, che sono davanti ai nostri occhi. Sono dovute anche alle politiche di selezione del personale. Una è che quando quelle organizzazioni finiscono per analizzare fin troppo in dettaglio se stesse, rivolgendo lo sguardo prevalentemente al proprio interno, fanno prevalere narcisismo e autoreferenzialità.

Si possono perdere di vista la realtà che sta intorno e anche i propri scopi.

Tenere aperte porte e finestre per misurarsi costantemente con la complessità del reale dovrebbe essere invece il mantra strategico da non abbandonare mai.

Siamo sicuri che questa attitudine si accompagnerebbe anche al salutare riconoscimento dei propri errori e al conseguente ricambio dirigenziale. Sottrarsi alla valutazione di terzi significherebbe invece sancire l’insindacabilità del proprio operato. Cosa che nemmeno ai centri di eccellenza potrebbe essere consentita.

Oggi, per alcuni di essi, i bollettini valutativi rilasciati dall’opinione pubblica non volgono al bello.

 

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