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Breve storia della Maremma

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Tempo di lettura: 6’. Leggibilità **.


Paludi, paduli, acquitrini.

Per Maremma si intende la fascia costiera di pianura della Toscana e, in parte minore, del Lazio, compresa tra il corso del fiume Cecina a Nord e i monti della Tolfa a Sud. Come dice Dante: “da Cecina a Corneto (Tarquinia) i luoghi colti”.

Verso l’interno la Maremma ha come limite il piede dei rilievi costituiti dalle colline metallifere, del Monte Amiata, dai Volsini e dai Cimini. La pianura, che oggi è il cuore delle attività agricole della Toscana, è in gran parte una “terra artificiale”, una riconquista avvenuta negli ultimi tre secoli, dopo che per moltissimo tempo l’uomo ha evitato i terreni bassi, nonostante la facilità della messa a coltura e ha allontanato le vie di transito, per la malaria.

Il suo recupero stato il frutto di un lungo, faticoso e doloroso lavoro di regimazione e controllo delle acque, di lotta secolare contro le inondazioni, i ristagni, gli acquitrini, per consegnarle a colture intensive e specializzate, oltre che agli insediamenti.

Il regime torrentizio dei corsi d’acqua e le basse giaciture dei fondi vallivi, cosi come le difficolta di sbocco in mare a causa del cordone dunale e della scarsa pendenza dei terreni costieri provocano frequenti tracimazioni e allagamenti dei corsi d’acqua, con formazione di lagune e ristagni. Abbandonata a se stessa e priva delle necessarie opere di arginatura e di imbrigliamento, la pianura era destinata a precipitare nel più completo disordine idrogeologico”.

E’ questa la situazione di quasi tutti i comprensori pianeggianti dello Stato Senese all’inizio dell’età moderna. In particolare le più grandi distese paludose si dispiegavano nella lontana Maremma, a testimonianza del generale dissesto in cui versava questa parte della Toscana, fino a diventare l’area malarica per antonomasia, il regno incontrastato dell’acquitrino.

La lunga sequela di paludi e stagni che costellava la pianura cominciava con gli acquitrini di Garofano, Ghirlanda, Pozzaione, Vennella e Ronna che circondavano Massa Marittima, alimentati da acque ricche di minerali, pestifere e maleodoranti.

Una vecchia cartolina di Castiglione della Pescaia

Più a Sud il grande lago di Scarlino, causato dal difficile sbocco in mare del fiume Pecora, occupava con altri minori quasi tutta la parte pianeggiante del Golfo di Follonica.

Superati i paduli (variante toscana di palude) di Pian d’Alma, Troia o Gualdo Pian di Rocca, formatisi dietro i cordoni dunali, si estendeva l’immenso e “letale padule” di Castiglione della Pescaia, erede dell’antico Lacus Prilis.

Eppure ai tempi di Etruschi e Romani…

Al tempo dei romani sorgeva su quel lago anche una piccola isola detta Clodia, citata da Cicerone nell’orazione in difesa di Milone, tribuno della plebe e genero di Silla, accusato di aver ucciso il collega Clodio, suo disprezzato antagonista. Tra i misfatti di Clodio, Cicerone ricorda anche la costruzione di una villa su quella isoletta, avvenuta occupando abusivamente la proprietà di un importante cavaliere. Ciò, al di là dell’arringa ciceroniana, fa presumere che nel I secolo a.C. il lago Prile fosse un luogo ameno, ambito dai personaggi in vista della vicina Roma.

D’altronde è noto che centri urbani prima Etruschi poi Romani, come Vetulonium, Rosellae, Telamon, sorgevano su una Maremma ben coltivata e prosciugata. Altre antiche testimonianze parlano di territori recintati per cervi, lepri, capre e pecore selvatiche.

La Maremma decadde allorché, tramontato l’impero romano, cessò il controllo sulla estrazione del sale. Le saline furono sfruttate senza regola e le acque del lago marino a poco a poco si addolcirono, favorendo l’insediamento della zanzara, che, come noto, non depone le uova in acque salmastre.

Lo stato d’abbandono e d’insalubrità che iniziò è dunque imputabile all’uomo e non al clima, come troppo facilmente si crede. L’unico fattore negativo d’ordine naturale è costituito dalla siccità estiva che, prolungata, riesce di danno alle coltivazioni.

La più grande distesa d’acqua morta

La Maremma rimase per oltre un millennio “la più grande distesa d’acqua morta della Toscana” con i suoi 50 kmq, che raddoppiavano in inverno, quando, inglobavano le “paludine” o “gronde”, e si allargavano fino a lambire Montepescali e Grosseto. Si credeva che il lago fosse il grande propagatore di malaria, a causa della putrefazione della “cuora”, cioè della materia organica di origine animale e vegetale che, lasciata allo scoperto quando calava il livello dell’acqua, marciva ammorbando l’aria di miasmi terribili. Secondo altri era la mescolanza di acque dolci e salse che si verificava lungo le paludi costiere a trasmettere il contagio. Solo a fine Ottocento la malattia fu correttamente attribuita alla puntura della zanzara anofele.

Ad Est di Castiglione si trovavano altri due paduli, Bernardo e Legaccio, e lungo tutta la costa si alternavano “marazzi” salati e “lame” causati dal cattivo deflusso delle acque, fino ai paduli di Alberese e Giuncola a Sud della foce dell’Ombrone, che si formava per le tracimazioni del fiume.

Monumento a Leopoldo II che solleva la Maremma e i suoi figli

Proseguendo verso Sud si incontravano i paduli di Talamone, Campo Regio e la laguna di Orbetello. Per finire, a valle di Capalbio, in prossimità dei confini con lo Stato Pontificio, dove si concentravano laghi e laghetti più o meno estesi, come Burano, San Floriano, Le Basse, Acquato e Sacco.

L’instabilità politica fu sicuramente il miglior alleato dell’acquitrino, a cominciare dai tempi della tarda romanità e delle invasioni barbariche, per continuare con la dominazione di stampo colonialistico da parte di Siena e di Firenze.


Il mondo della transumanza

La posizione marginale rispetto ai centri urbani che dominavano la Maremma e la rarefazione della popolazione non favorivano interventi migliorativi, troppo costosi per i singoli proprietari, e poco allettanti per gli Stati dominanti che non intendevano suscitare l’interessi dei vicini con il recupero dei terreni alle coltivazioni. Poche insomma furono le azioni di “buon governo”.

La crisi che nel Trecento si era abbattuta pesantemente in tutta la zona, anche per effetto della peste nera, aveva lasciato ovunque larghi vuoti nella popolazione e strascichi catastrofici per l’economia, ma mentre la Toscana centrale mostrava segni di riorganizzazione produttiva, la Maremma sprofondava in un inarrestabile regresso in cui si affermava il latifondo cerealicolo-pastorale.

Dietro il collasso socio-economico stava anche un continuo drenaggio di ricchezza verso la città di Siena, nell’ambito di un politica di sfruttamento, che relegava la Maremma al ruolo di immenso pascolo invernale per le pecore e per il bestiame vaccino proveniente dalle aree più interne.

Istituendo l’ufficio statale della Dogana dei Paschi, Siena vincolava quasi tutto il territorio (boschi, incolti, coltivi) a chiunque appartenesse, alle esigenze della pastorizia; e in cambio di un affitto proporzionale al numero delle bestie, ogni pastore poteva liberamente percorrere la Maremma da settembre a maggio, per poi allontanarsene con le mandrie e le greggi nei mesi più caldi e pericolosi.

I pochi interventi in favore del territorio ebbero carattere episodico. Nel XIV si concentrarono sulle “terre-nuove” di Paganico e Roccalbegna (più in alto) e, principalmente, di Talamone che si cercò di lanciare come porto di scambi della Repubblica senese: venne così messo a punto un piano regolare di rifondazione urbana e costruita una strada tra Siena e Grosseto.

Ma il nuovo centro, isolato, non riuscì a decollare, anche per la progressiva decadenza di Siena, creando un profondo squilibrio tra le popolose aree collinari, sede di un’agricoltura più ricca e le zone “maremmane”, sempre più selvagge e abbandonate, cioè tra il “mondo della mezzadria” e il “mondo della transumanza”.

Le prime, ma lente bonifiche 

Questo vistoso squilibrio si protrasse anche dopo la creazione del Granducato mediceo che formatosi attraverso l’aggregazione di parti socialmente ed economicamente poco omogenee, non favorì l’integrazione della Maremma nel nuovo contesto statale.

I Lorena che succedettero ai Medici e in specie Pietro Leopoldo (seconda metà del ‘700) e Leopoldo II (prima metà dell’800) intrapresero l’opera di bonifica che però si sviluppò molto lentamente. Al tempo dell’Unità d’Italia appena 5500 ettari erano stati bonificati. Nel secolo scorso i lavori furono intensificati e un parziale miglioramento fu ottenuto nel periodo precedente la seconda guerra mondiale, con le disinfestazione dalla anofele che avvenne in via definitiva solo con l’impiego degli insetticidi arrivati al seguito delle truppe americane. 

Nel secondo dopoguerra l’opera fu proseguita dall’Ente Maremma, costituito nel 1951, che promosse la riforma fondiaria e l’assegnazione delle terre bonificate ai contadini, riducendo le proprietà latifondiste.

Monumento al buttero

Una umanità dolente ma non rassegnata

Oggi alle figure più rappresentative del recupero di queste terre sono dedicate alcune statue nella città di Grosseto.

Alla retorica ottocentesca della statua di marmo (Piazza Dante, Grosseto) di Leopoldo II, detto Canapone, per il colore giallo biondo dei capelli, che solleva la Maremma e i suoi figli disperati, si sono affiancate quelle più recenti del buttero, l’accetta agganciata alla tipica sella “bardella o scafarda”, i cosciali di pelle di capra, il cappello a larghe tese e quella del badilante, che a colpi di pala e di piccone, scavò i canali della bonifica, con la sola forza delle braccia.

Monumento al badilante

Quattromila ne impiegò il Granduca Lorenese. Sembra che i morti per malaria furono oltre 800, il venti per cento.

E vi è infine la statua in bronzo della famiglia di migranti stagionali che scendevano dall’Appennino nei mesi estivi per la mietitura del grano, in groppa ad uno stento cavallo. 

Sono simboli che raccontano storie drammatiche, dove il male ha una grandezza sovrastante la vita degli uomini: sono grandi la fatica, il dolore, la miseria, la malattia, la disperazione.

Monumento alla famiglia dei migranti agricoli stagionali

Ecco il link alla magistrale interpretazione di Nada della canzone risalente al 1800, Maremma Amara, da cui scaturiscono rabbia e impotenza davanti a una terra impietosa.

Modernità della Maremma

Oggi la Maremma offre territori ben coltivati, con impianti intensivi di vigne, uliveti, frutteti, coltivazioni idroponiche in serra, primi esempi di utilizzo dell’elettronica in agricoltura, che si alternano a spettacolari paesaggi collinari e marini, per un crescente numero di turisti.

Resta poco servita da strade, cosa che ne fa ancora terra poco popolata, con ampi spazi che danno senso di libertà e di orgoglioso rapporto con una natura riconquistata. Negli ultimi decenni, quam mutata ab illa! Quanto dunque è cambiata la Maremma da quella di un tempo non così lontano.

Toccherebbe a questo punto fare un riferimento letterario moderno, per descrivere come dovrà essere il futuro. Viene in soccorso la citazione del suo maggiore scrittore contemporaneo, Luciano Bianciardi, di cui ricorre in questo 2021 il cinquantenario della morte, che la definì “il posto più bello e più pulito del mondo”. A questo obiettivo ci si dovrà attenere con determinazione e costanza per coltivarne la vera modernità.

2 COMMENTS

  1. Bella storia quella maremmana !
    lettura piacevole specie per me che ho avuto il privilegio di conoscere di persona vecchi butteri che avean fatto la transumanza dalla maremma al nostro appennino ,dove potevi incontrare mandrie di vacche maremmane fin sotto il monte Fumaiolo . La visita alle fiere del bestiame , l’acquisto di scarponi di vacchetta ( che andavano domati ) la doma dei puledri … che ricordi meravigliosi di un tempo che non c’è più !

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