Home Europa Come sarà l’Italia nel 2100?

Come sarà l’Italia nel 2100?

2257
1
Tempo di lettura: 5’. Leggibilità **.
Una prestigiosa rivista scientifica scrive che…

Nel 2100, gli italiani saranno la metà di oggi. Di solito, in queste situazioni, verrebbe da dire “mal comune mezzo gaudio”, ma non è questo il caso. Ci troviamo, anzi, in prossimità di un cambiamento pressochè unico dalla comparsa dell’Homo sapiens sulla Terra.

Secondo uno studio della prestigiosa rivista scientifica The Lancet, infatti, la riduzione della popolazione italiana rientra (come caso da maglia nera) nell’ambito di una più ampia contrazione della popolazione mondiale che, dal picco atteso attorno al 2064, dovrebbe ridursi di 2 miliardi attorno al 2100.

A quella data, poi, la popolazione italiana dovrebbe essere dimezzata rispetto a quella attuale riducendoci ad una potenza di piccola portata. Tutto questo senza tenere conto dell’eventualità di altre pandemie, guerre e senza una politica liberale per quanto riguarda l’immigrazione.

Il XXI^ secolo porterà, quindi, una nuova profonda mutazione per la popolazione e la civiltà umana. Su scala globale, secondo lo studio di Lancet, si scenderà dagli attuali 2,37 figli per donna a 1,66 a fine secolo, dunque al di sotto della soglia necessaria a mantenere una popolazione costante, fissata a 2,1.

I ricercatori prevedono infatti che la diffusione di livelli educativi più elevati e delle tecniche di contraccezione continueranno ad alimentare il calo della fecondità. Il calo sarà compensato solo in parte dall’aumento dell’aspettativa di vita, che si avvicinerà agli 80 anni a livello globale.

Gli effetti economici di questa riduzione coinvolgeranno l’Italia ancora più degli altri paesi, facendo retrocedere la nostra economia al 25° posto al mondo, una decrescita che coinvolgerà solo marginalmente altri stati come Francia e UK. Allo stesso modo, la forte contrazione delle nascite in Africa sarà però compensata da una radicale riduzione del tasso di mortalità permettendo al continente di triplicare la sua popolazione.

Ora, anche se lo studio di The Lancet delinea uno scenario di lungo periodo, le premesse di quanto atteso nel 2100 sono già oggi visibili. L’aspetto positivo è però che evidenzia le principali criticità dei vari paesi di modo che questi possano già oggi individuare le strategie impattanti per farvi fronte.

Prima su tutte, sarà necessaria una seria politica rivolta all’immigrazione e all’integrazione nella nostra società. L’ostracismo di questi anni a riguardo non produce altro che effetti contrari al nostro sviluppo sociale ed economico che, anzi, contribuiscono a sfaldarne ulteriormente i tessuti. Parallelamente a questo, in mancanza di una base di cittadini sufficientemente ampia, lo Stato sociale al quale ci siamo abituati negli ultimi decenni dovrà necessariamente essere ripensato in una forma più ridotta.

Una prima soluzione tampone a questo scenario deve essere l’implementazione degli strumenti digitali sia nella pubblica amministrazione sia nelle attività private che offrono servizi ai cittadini. Priorità di questa linea d’azione dovrà essere, infatti, la semplificazione delle procedure unita ad una maggiore efficienza tanto delle risorse quanto del capitale umano. Un esempio dal quale prendere un primo spunto è quello giapponese che da anni cerca di contrastare con l’automazione e una maggiore efficienza (il caso delle Vending machine è emblematico) il progressivo invecchiamento della popolazione. In una parola, si tratta di aumentare la produttività complessiva del sistema.

Queste iniziative, tuttavia, per quanto siano in grado produrre alcuni effetti importanti di sostegno economico e sociale non possono considerarsi sufficienti a contrastare il declino cui fa cenno The Lancet. La priorità è quella di avviare immediatamente politiche di sostegno all’occupazione giovanile e femminile ed incentivi alle nuove famiglie. Il salvataggio del nostro tessuto sociale (e quindi anche di quello economico) non può prescindere dalla sua stessa preservazione che ponga le basi per il suo rilancio.

Per l’Italia serve nuovo un welfare state, non la decrescita felice 

La scorsa estate, mentre stavamo assaporando una qualche forma di “libertà” dalla pandemia che, a quel tempo, sembrava poter essere addirittura sconfitta, erano emersi due dati molto significativi cui è stata data una certa risonanza salvo poi lasciarli cadere nel nulla e su cui vorrei riaccendere i riflettori.

Il primo era quello relativo al tasso di natalità che in Italia è sceso, rispetto a quello già basso del 2018, di un ulteriore 4,5%, per circa 19 mila neonati in meno. Un record negativo dall’Unità a oggi.

Il secondo dato, contestuale e contingente ci diceva che per la prima volta il numero di pensionati aveva superato quello degli attivi al lavoro.

Certo, questo secondo dato, in particolare, elaborato dalla CGIA di Mestre è da imputare anche al calo delle assunzioni e delle chiusure dovute al Covid19. Tuttavia, la tendenza aggregata appare più che delineata e prospetta un sistema sociale e previdenziale, decisamente sbilanciato verso l’età matura e sempre meno propenso ai giovani.

Facendo seguito a questi dati con un’analisi spicciola possiamo, quindi, affermare che l’Italia è un Paese destinato al declino, anche rapido, e alla generale insostenibilità per le casse dello Stato di fare fronte ad una condizione che senza interventi strutturali è destinata a peggiorare col passare del tempo.

Detto questo, ci rimangono essenzialmente due strade: accettare quella che assomiglia sempre meno ad una “decrescita felice”, spesso addirittura invocata, o ribellarsi in maniera forte e risoluta ad un destino che solo apparentemente appare stabilito.

In Italia, gli interventi pubblici indirizzati all’allungamento della vita lavorativa sono solo una parziale soluzione del problema. Necessitiamo, invece, di concrete politiche d’impatto a sostegno della famiglia, della natalità, del lavoro giovanile e del lavoro femminile, sempre più discriminato, più che mai in tempo di covid.

Finchè non riusciremo a modernizzare il nostro Paese in questa direzione, magari prendendo spunto dagli efficienti modelli del Nord Europa, la tendenza non potrà essere invertita ma, anzi, peggiorare. È ovvio infatti, che per sostenere un welfare state la cui platea è sempre più ampia la popolazione attiva residua dovrà farsi ulteriore carico di questa situazione.

I giovani italiani sono sempre più legati alla famiglia d’origine e poco propensi a farsene una nuova. Certo, siamo un popolo di “mammoni”, affezionati per così dire al “nido” in cui siamo nati e cresciuti, poco avvezzi alle sfide e alle scomodità ma, in generale, spesso anche ben poco stimolati ed incentivati a spiccare il volo con le nostre ali. Oggi, conseguire una laurea non è più sinonimo né di lavoro né, tanto meno, di posto fisso e metter su famiglia comporta una spesa non da poco per cui è necessario pensarci molto attentamente. Certo, molti giovani italiani fuggono dalle responsabilità preferendo vivere un eterno happy hour fino almeno ai quarant’anni ma, in generale, i timori del futuro sono più pressanti.

Ciò di cui abbiamo bisogno in Italia non è uno scontro social-generazionale, ma di un patto tra generazioni e di politiche attive indirizzate alle famiglie, incentivi, agevolazioni e la creazione di reali opportunità di lavoro che vadano in parallelo con un alleggerimento dei costi per le imprese.  Nella nostra società c’è bisogno di solidarietà, perché lo “Stato sociale” è un circolo che si autoalimenta: chi investe oggi nel proprio futuro ne potrà beneficiare in seguito e, a sua volta, rendere sostenibile l’intero sistema per le generazioni a venire.

Per un futuro meno tetro

In definitiva, il messaggio che è necessario veicolare in questa fase è che la sostenibilità del nostro Paese è in forte pericolo e la soluzione non può essere quella di mantenere a lavoro dei settantenni, mentre i loro nipoti rimpolpano le fila dei NEET (persone che né studiano né lavorano).

L’Italia ha necessità di un nuovo ed ampio piano di sviluppo economico e sociale pubblico che metta al centro gli individui, con politiche mirate ai giovani, alle donne e alle famiglie per una maggiore equità sociale e innescare un meccanismo di sviluppo sostenibile nel medio periodo al quale possano partecipare anche le imprese, da considerarsi alleate della società in questa sfida e non organi contrapposti.

Dopo il tempo dello spendere, come ha definito Draghi l’attuale fase di politica economico-sociale, verrà quello dedicato a riassorbire le risorse ora distribuite a fini sostanzialmente assistenziali, per finanziare politiche di investimento selettive e di grande impatto (infrastrutture, nuove tecnologie, educazione e formazione, grandi joint-venture pubblico-private, etc.) al fine di contrastare il nostro declino.

Se questa sarà la direzione, lo vedremo presto con il Piano nazionale di ripresa e resilienza che l’Italia deve presentare tra poche settimane alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU.

Sarà il vero banco di prova d’ogni seria politica di rilancio. Soltanto allora potremo misurare l’impegno al cambiamento, superando le azioni volte all’acquisizione del consenso, tramite una spesa pubblica elargitoria (condoni compresi) di assoluta inefficacia per la crescita nel medio e lungo termine. È così che potremo cominciare a immaginare il nostro futuro, affinché sia meno tetro delle previsioni.

Previous articleLa ristorazione di Draghi
Next articleLa misura del Talento

1 COMMENT

  1. Eccellente analisi. Domanda: E se invece di ripercorrere un solco che, specie con la globalizzazione, sta rivelando i limiti di un capitalismo basato essenzialmente sul profitto, ci si concentrasse di più per reinventare un sistema socio-politico rivisto e rinnovato, ricco di servizi riconosciuti (sempre, in qualche modo remunerati) e con un welfare strutturato in ogni variante produttiva e che tenga in giusto conto delle prospettive future ben esplicitate nell’articolo?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here