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Per una nuova editoria: goWare sbarca all’Impact Hub e si trasforma

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Tempo di lettura: 6’.
Premessa
Bisogna essere coerenti con la mission
Le idee buone vengono da tutti
Le cose buone sono ovunque
Le eco chambers come le ideologie uccidono la conoscenza
Il pensiero critico è una grande risorsa
Le nuove generazioni al femminile sono una risorsa ancora maggiore
La nuova compagine sociale di goWare nell’androne dell’Impact Hub. Da sinistra (in piedi) Elisa Baglioni, Alice Mazzoni, Patrizia Ghilardi, Chiara Arrighi e (seduti) Mirella Francalanci e Mario Mancini.

Detto questo, vi vorrei parlare di due cose: di goWare, la società che abbiamo co-fondato 13 anni fa e del luogo dove passiamo grande parte della giornata, l’Impact Hub di Firenze, condividendo qualche pensiero su queste esperienze.

1. goWare

In queste settimane sono successe due cose importanti a goWare.

Al camper

La prima è che abbiamo abbandonato la storica Villa Guicciardini in Via delle Panche per sistemarci nel loft di un co-working adiacente alla stazione di Firenze Rifredi. Sono le ex-dogane. Lì abbiamo un locale che io chiamo il camper. Lo spazio è quello di un camper, ma parcheggiato in un bellissimo e stimolante contesto, il camping-community-co-working di Impact Hub dove “ideas have sex”, questo il suo motto con due parole chiave che sbancano Google.

In un certo senso, è come se fossimo tornati alle origini. goWare è nato al Polo tecnologico di Navacchio (Pisa) dove si respirava un clima incredibile. Forse per la vicinanza del mare. Anche al Polo avevamo un camper. A Navacchio erano tutti ingegneri e sviluppatori, simpatiche persone che parlavano il klingon.

Abbiamo fatto ottime cose con il klingon e con la direzione del Polo che non mancava mai di sostenere le nostre idee. Abbiamo vissuto un’autentica comunione.

Anche all’hub fiorentino sono in prevalenza creativi e artisti e parlano la lingua più sofisticata delle immagini. A Navacchio erano tutti PC, a Rifredi sono tutti MAC.

E noi, che eravamo innanzitutto una start-up, una start-up siamo tornati a essere. Per volontà e per necessità.

Siamo di nuovo per strada con il camper e dobbiamo andare (come indica il nostro nome), anche se non sappiamo dove andiamo. Così dice anche il nostro motto che è molto hippy. L’unica cosa che sappiamo è che dobbiamo spingere per andare.

Questo simpatico fotogramma del delizioso film “Little Miss Sunshine” (a noleggio su tutte le piattaforme di streaming) rappresenta bene il senso del viaggio della goWare con il camper dell’Impact Hub.

goWare, più giovane e più inclusiva

La seconda cosa importante, forse più della prima, è che la compagine sociale di goWare è diventata più inclusiva sul piano generazionale, delle competenze rappresentate e del genere.

L’impresa del futuro sarà così, condivisa, inclusiva, cooperativa e polifonica. Vi dice niente Saint-Simon e il socialismo utopistico? Vabbè, poi è arrivato quel genio di Marx e si è portato via tutte queste belle idee.

L’80% del capitale di goWare è in mano femminile e spero che questa quota cresca ancora nell’immediato futuro. Le donne nell’editoria, ma anche nella politica, nella finanza, nel software e in tanti altri campi, sono molto più capaci degli uomini ed è giusto che siano loro “to call the shots”.

Inoltre il capitale di goWare è interamente in mano a chi ci lavora. Così dovrebbe accadere sempre, come non si stanca di ripetere il mio amico Giulio Sapelli. Noi, Giulio, l’abbia fatto davvero.

Turbolenza pandemia

In questi due ultimi anni il volo di goWare ha attraversato varie turbolenze. La prima è stata la pandemia. Non tanto per il lockdown che abbiamo gestito bene, quanto per quello che è successo nel nostro mercato di riferimento, cioè la rete e il marketplace di Amazon.

La chiusura delle librerie e il forzoso cambio di abitudini di acquisto dei lettori hanno spinto le grandi case editrici a riversarsi sulla rete e quindi su Amazon. Gli editori maggori con i loro grandi autori hanno iniziato a partecipare a tutte le attività di Amazon che in precedenza schifavano. E gli è pure piaciuto. Così non se ne sono andati e ci resteranno.

È insomma sbarcata una concorrenza paurosa. Sono giunte le carovane dalla vecchia economia. Un grosso problema per chi c’era già. Ne sanno qualcosa i nativi americani.

Turbolenza mercato

A un certo punto sul Kindle Store si poteva scaricare il capolavoro del secondo dopoguerra, Vita e Destino di Vasilij Grossman a 2,99 euro e, allo stesso prezzo, Il racconto dell’Ancella; tra 0,99 e 2,99 Uomini e Topi, Vita Activa, Le lezioni americane, I Buddenbrook, Viaggio al termine della Notte, La Montagna incantata, L’educazione sentimentale, tutti i gialli di Sherlock Holmes e qui mi fermo perché potrei non finirla più. Un attimo! Ci sono state anche tutte le opere di Platone e quelle Aristotele a 99 cents. Tutto Freud (o quasi) a 9,99.

Ma come si fa a competere con Calvino, Thomas Mann, Celine o Conan Doyle. Impossibile! Forse contro Platone si può fare qualcosa.

Per non parlare della concorrenza dei film, delle serie TV; tutti a contendersi il tempo della gente ovunque raggiungibile.

Tutto il mondo della conoscenza e dell’intrattenimento passa attraverso un unico mezzo, uno schermo collegato a Internet e pertanto tutti competono con tutti, non ci sono più riserve di caccia per nessuno.

Turbolenza esistenziale

La terza turbolenza è stata la scomparsa della parent company di goWare, Thesis (della quale ho già parlato) che era l’angelo investitore di go.

Altro bel problema, non aver più la paghetta e iniziare a vivere in proprio.

Turbolenza Amazon

La quarta turbolenza è stata senz’altro quel bestione di Amazon per il quale ci sono solo i consumatori, beati loro! E quando lo siamo applaudiamo.

Ma mettiamoci dall’altra parte, dalla parte, cioè, di chi ha da vendere qualcosa e ha a che fare con il costante aggiustamento degli algoritmi di visibilità e raccomandazione, con l’incredibile turnover del personale di riferimento, con qualcuno che si alza storto e toglie il prodotto dalla vendita perché un pirla di algoritmo segnala di avervi ravvisato un, magari inesistente, glitch.

Nessuno giudica più niente, comandano gli algoritmi. Una volta ci hanno messo (ma non Amazon, bensì quei geni di Apple) il bollino “explicit” su un atlante di anatomia per l’università. L’algoritmo vedeva dei glutei e questo bastava per l’operatore al controllo qualità. Poveretto!

Resilienza è una parola che usano le “capre”, dice Sgarbi, ma è difficile trovarne una diversa per descrivere l’atto di resistere in questo ecosistema di continue, rinnovate e cumulative turbolenze. L’unica sarebbe eroismo, ma è troppo compromessa.

2. Impact Hub

Subito

Quando per la prima volta sono entrato nei magazzini delle ex-dogane di Firenze, adattati a essere un co-working, la cosa che mi ha colpito subito sono stati i materiali e gli arredi completamente sostenibili, riciclabili, smontabili e modulari. Una sorta di inserto liquido che non ha soffocato la struttura originaria, probabilmente primo-novecentesca.

Mi è venuto in mente il recente montaggio del Grand Palais Éphémère a Parigi, di fronte alla Torre Eiffel. Anche lì in concetto costruttivo portante è la liquidità e il conservazionismo.

Una seconda cosa, che mi ha impressionato in misura anche maggiore, sono stati i cani che senza alcun imbarazzo per sé e per i presenti, potevano circolare liberamente nelle sale. Sono molto sensibile alla questione animale e nel mio ingenuo animalismo penso che il grado di civiltà di un popolo si misuri sul modo di trattare queste e altre creature, diversamente umane, che insieme a noi sciamano nello spazio del pianeta.

Più movimento che co-working

L’Impact Hub è un gruppo globale senza scopi di lucro con un preciso codice etico finalizzato a promuovere e assistere l’imprenditoria sociale, cioè quegli imprenditori che vogliono condurre il proprio business preservando valori di inclusività e sostenibilità senza rinunciare alla scalabilità della propria iniziativa.

Più che un co-working Impact Hub è un sorta di movimento che non saprei incasellare in una categoria perché ne abbraccia molte. Diciamo che è una community di nuovo tipo. È nato nel 2005 sull’onda del movimento anti-globalizzazione di Seattle. Più che anti, è glocal. In una parete dell’hub di Firenze è impressa la scritta “globally connected, localy rooted”. Articolo 1 della Costituzione del futuro.

Attualmente il network di Impact Hub è costituito 100 hub distribuiti in più di 60 paesi con 25mila persone coinvolte come membri (15.500) o partecipanti ai programmi (attualmente 200: vanno dal cibo, alla moda, alla salute). Il sito spiega bene il modello operativo.

Ogni hub è gestito da un imprenditore locale che è tenuto ad attenersi alla linee guida della Impact Hub Association, con sede a Vienna, che possiede il marchio e l’IP.

Il modello concettuale dell’organizzazione dello spazio

Tutto lo spazio è organizzato per favorire il lavoro collaborativo, lo scambio di idee, la contaminazione delle esperienze e il radicamento nel territorio. C’è una cucina comune, una sala aperta per i workshop e le riunioni, scrivanie a forma di foglia senza posti assegnati. C’è pure un GAS (gruppo d’acquisto collettivo). Tutto favorisce l’incontro e il senso di appartenenza a un territorio specifico e a un’idea globale.

Un modello concettuale che Steve Jobs, ossessionato dal designer, dall’architettura e dal networking dei migliori cervelli, volle veder costruito per il nuovo campus della Pixar a Emeryville.

In quell’edificio, poi ribattezzato Steve Jobs Building, il punto focale non era la cucina, come negli Impact, ma i bagni.

Steve volle che fossero costruiti dei bagni centralizzati unisex (non ce ne erano altri nell’enorme edificio) proprio nella grande sala di accoglienza, in modo che le persone, per la necessità di doversi muovere dai propri cubicoli, potessero imbattersi in qualche collega o visitatore con una buona idea da condividere o da seminare.

Secondo Ed Catmull, co-fondatore della Pixar e co-autore di un libro fondamentalesulla creatività, i bagni funzionano alla grande.

Serendipità

La disposizione dello spazio della Pixar spingeva all’estremo il concetto di serendipità, portandolo alla quasi-esasperazione. Per coloro che avessero avuto la necessità di usare frequentemente il bagno questa sistemazione era impegnativa. Ma camminare tiene in forma e aiuta qualsiasi patologia.

All’Impact Hub siamo più rilassati. La grande stampa ha dedicato un certa attenzione all’esperienza di questo nerwork globale. Nel 2015 Nicholas Watson sul “Financial Times” ha pubblicato un articolo che trovate qui.

Interessante anche questo reportage della “Stanford Social Innovation Review” a firma di Michel Bachmann.

A questo punto giunti, spero che Chiara, community manager dell’Impact Hub di Firenze, ci dia un bel pallino verde per questo post.

Prima di andare

Libro. Visto che sono a parlare di noi, posso essere sfacciato. Vi segnalo una recente pubblicazione di goWare.

Democrazia dello smartphone. Risorsa o pericolo? di Luca Cerquatelli. Si può leggere in un’oretta e mezzo (da Milano a Firenze in AV). Possiamo inziare a riflettere su che cosa ci sarà dopo la democrazia rappresentativa. Naturalmente a chi interessano queste cose. Ci sono anche delle belle interviste. Una di queste, quella a Massimo Di Felici, l’abbiamo pubblicata per voi. Non mandateci in bianco!

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