Home Educazione Finanziaria La favola bella di Draghi

La favola bella di Draghi

38
0
Screenshot

«Agire come un unico Stato»: la favola di Draghi e la realtà del risiko bancario

Draghi continua a vendere la stessa ricetta da un anno e mezzo, cambiando solo la confezione: prima era il Rapporto sulla competitività, poi gli interventi all’Eurocamera, ora il libro. Il contenuto resta identico — “agire come un unico Stato” — ed è proprio lì che casca l’asino. Lui parla di un soggetto politico che semplicemente non esiste: non c’è un popolo europeo che si riconosca come tale, non c’è una base democratica disposta a cedere sovranità fiscale, di difesa, di politica estera a un livello sovranazionale. Lo dicono i risultati elettorali in mezza Europa, lo dice il fallimento di ogni vero passo federale dal Next Generation EU in poi, che resta un’eccezione emergenziale, non un modello ripetibile.

Il trucco retorico di Draghi è presentare come “principio di realtà” quello che è invece un wishful thinking di establishment: l’irrilevanza geopolitica fa più paura della perdita di sovranità nazionale, quindi i popoli dovrebbero accettare il salto federale per necessità. Ma la storia delle unioni politiche insegna il contrario: nascono da un consenso costruito, non da un’urgenza imposta dall’alto da ex banchieri centrali che non hanno mai dovuto chiedere un voto per le proprie scelte. Draghi scambia la sua autorità tecnica per un mandato politico che nessuno gli ha mai dato.

E non serve restare sul piano teorico: basta guardare cosa succede sul terreno bancario, il banco di prova che lui stesso ha scelto nel suo Rapporto sulla competitività, per misurare la distanza tra slogan e realtà. Il Rapporto indicava nella creazione di grandi gruppi bancari paneuropei uno strumento per superare la frammentazione dei mercati per linee nazionali, che scoraggia le banche dalle operazioni transfrontaliere. UniCredit ci ha provato, con l’OPS su Commerzbank. Risultato: il governo tedesco di Scholz ha alzato un muro contro l’ipotesi, bollandola come mossa ostile. Stesso schema con il Golden Power italiano evocato contro le operazioni di consolidamento interno. Il quadro complessivo è quello di un risiko fatto di atti — l’OPS UniCredit su BPM bloccata dal Golden Power, la scalata MPS-Mediobanca finita nel mirino della Procura di Milano, la crescita silenziosa dei francesi di Crédit Agricole in Banco BPM — in cui ogni Stato membro difende i propri campioni nazionali con gli stessi strumenti che Draghi vorrebbe superare.

Ecco la contraddizione che l’imbonitore di turno non vuole vedere: l’unico Stato europeo esiste sulla carta dei suoi discorsi, non nelle sale consiliari di Berlino, Roma o Parigi, dove ogni governo — di qualunque colore — si comporta esattamente come uno Stato sovrano che non ha alcuna intenzione di cedere terreno. Non è un incidente di percorso: è la prova empirica, in tempo reale, che l’integrazione bancaria europea — pilastro dichiarato della sua stessa strategia — si scontra ogni volta con la sovranità nazionale che nessun popolo ha mai votato di superare.

Il punto vero, più prosaico di quanto a Draghi piaccia ammettere, è che l’Europa che abbiamo — un coordinamento intergovernativo imperfetto, lento, spesso inefficace, fatto di Stati che restano Stati anche quando si parla di banche — è probabilmente l’unica Europa compatibile con ciò che i popoli sono disposti a sostenere. Si tratta di migliorarla, non di sostituirla con un’architettura federale che esiste solo nei convegni, nei libri degli ex premier, e che il mercato bancario stesso, nei fatti, smentisce ogni giorno.

Un pò di storia non guasta ricordare al pensionato Draghi. Ogni unificazione politica su larga scala nella storia europea — Roma, Carlo Magno, Napoleone, persino l’unità d’Italia e quella tedesca di Bismarck — è nata da conquista, guerra o pressione militare, non da un trattato firmato a tavolino tra Stati consenzienti. L’eccezione che si cita sempre, l’unificazione europea post-1945, in realtà non è un controesempio: è nata sotto l’ombrello della Pax Americana e della minaccia sovietica, cioè ancora sotto pressione esterna, non per slancio federale spontaneo dei popoli.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here