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Tornare alla crescita

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Tempo di lettura: otto minuti. Test leggibilità ***.
Crisi strutturali

Non si può nascondere che la prima reazione alla lettura dell’opera più recente di Pierluigi Ciocca, Tornare alla crescita, Donzelli Editore, 2018, pp. VI-218, €19 sia di scoramento. Scoramento inteso come percezione di un ineluttabile disastro. Come viaggiare verso un abisso senza freni.

Così era stato anche nella ricerca che abbiamo condiviso, di recente, sull’economia tedesca da Weimar alla Seconda guerra mondiale. Diverso il paese, qui l’Italia, là la Germania, e un secolo di distanza, due le cose in comune.

La prima comunanza è una tragica crisi economica. Tragica perché – in entrambi i casi – cadeva in un momento di profondo mutamento tecnologico e quindi non era solo una crisi ciclica, ma anche strutturale.

Che poi sia questa distruzione creatrice a permettere un trend dell’economia in continua crescita, in fuga dalla trappola malthusiana, non vi è dubbio.

Ma quello che si percepiva allora e si percepisce oggi è soprattutto la distruzione. Pierluigi Ciocca richiama, nel capitolo introduttivo di riflessione storica, il suo maestro Sir John Hicks, alle cui spalle giganteggia Marx.

E la lettura che Ciocca dà dello sviluppo economico italiano in senso capitalistico è sicuramente marxiana. In particolare, lo è nel sottolineare come con la rivoluzione industriale sia profondamente cambiata la società, nelle sue componenti fondamentali, e finanche la cultura, politica e non, del paese.

Politica ed economia

E che politica ed economia vadano a braccetto lo ricorda, quando scrive – a ragione – di quella componente economica del Risorgimento italiano che è a tutt’oggi trascurata dalla storiografia.

Anche Weimar fu la risposta ai mutamenti repentini che nella società tedesca erano seguiti ad una industrializzazione vorticosa ed inarrestabile.

Senza voler essere deterministi, nel senso di cadere in un materialismo storico assoluto, al quale Marx per primo non credeva, la tecnologia è anche la conclusione del modello Solow-Swan di crescita economica è uno dei fattori fondamentali di cambiamento per un’economia e per una società.

Anche oggi la tecnologia evolve, ad un ritmo sempre più veloce, mutando profondamente l’uomo e i rapporti tra gli uomini. I telai meccanici di un tempo sono i robot di oggi, i giornali e la stampa popolare ottocentesca sono oggi internet ed i social media.

Marx parlava di rapporti di produzione, oggi la tecnica cambia anche i rapporti di comunicazione. Cambia il modo di apprendere e di percepire il mondo, cambia la filosofia di riferimento, cambia la politica.

Gli uomini hanno paura. La reazione, una reazione, c’è sempre. C’è chi spinge verso il cambiamento, sperando in un futuro migliore o, più prosaicamente, in guadagni immediati. C’è chi rimpiange rendite sicure, valori obsoleti, stabilità politica e sociale.

Resistenze al cambiamento

In questa nostra Toscana basterebbe, ad esempioricordare i padri del Risorgimento che, pur avendo costruito l’unità nazionale e fortemente voluto la Toscana all’interno di essa, predicavano la mezzadria come soluzione a tutti i mali. A chi la predicavano? All’Inghilterra della crisi del 1821 che si preparava a dominare il mondo.

Allo stesso modo, ancora alla fine del secolo,combattevano la scienza, empirista e sperimentale, dei fratelli Schiff, perché le sue conclusioni andavano contro i dettami della religione. Pare assurdo verrebbe da sorridere se non che oggi si vogliono chiudere i negozi la Domenica

Alla tecnologia come componente della crescita economica è dedicato il capitolo del volume di Ciocca che raccoglie le suggestioni dell’economista Robert Gordon sul caso americano.

Il dilemma degli Stati Uniti, sulla frontiera tecnologica della rivoluzione digitale solo oggi minacciati nel loro primato dalla Cina è che questa rivoluzione non ha avuto (ma come poteva?) gli effetti della prima industrializzazione, o della seconda.

Non crea posti di lavoro, mentre le aziende godono di profitti tanto elevati da non sapere come reinvestirli.

Ma se anche ci si interroga sugli effetti della cosiddetta rivoluzione digitale, in realtà il vulcano tecnologico sul quale la storia ha voluto che sostassimo, ancora non è esploso.

È finita e deve finire l’era delle automobili. È finita e deve finire l’era del petrolio.

Si deve aprire la stagione della colonizzazione dello spazio. Questo per citare solo le più ovvie delle linee di sviluppo che scienza e tecnologia indicano. Bisognerebbe poi richiamare la medicina, la compenetrazione tra uomo e macchina e via dicendo.

Il futuro e l’economia

Lasciamo che a illuminare il domani siano i futurologi. Come tutto questo cambia, però, l’economia? I rapporti di produzione, i rapporti di comunicazione, i rapporti sociali?

La distribuzione della ricchezza si concentra, così anche il potere economico delle imprese. Pochi ricchissimi, poche enormi imprese mondiali, tanto lavoro a livello di sussistenza o sotto (i nuovi poveri che lavorano), altissima specializzazione della conoscenza, moltissimi analfabeti funzionali.

Volendo cercare un paragone nella storia – questo facciamo noi storici quando il mondo cambia e le categorie del presente non aiutano a capire il futuro – parlerei di rifeudalizzazione della società e della cultura: un nuovo medioevo, nel bene e nel male. La cultura è di nuovo legata principalmente alle immagini e pochissimo alla parola.

La conoscenza avviene attraverso immagini, la comunicazione è visuale. Si sta creando una nuova aristocrazia, anche per diritto di nascita, inarrivabile per chiunque se non per chi dotato da madre natura di straordinaria bellezza o destrezza, addirittura incomprensibile per i molti che fanno fatica ad arrivare a fine mese.

La politica subisce il fascino di questa aristocrazia, se ne fa spesso e presto serva, anche quando finge di incarnare in sé la volontà del popolo. Il continuo richiamo al ‘popolo’, anche questo, pare a me, un portato medievale, prima della rivoluzione rinascimentale che pose l’individuo e la sua volontà (non quella del popolo o di chi pretende di incarnarlo) al centro del mondo.

Governare la tecnologia

Cambiamenti tecnologici e di conseguenza politici e sociali di questa portata andrebbero governati e ben governati, proprio perché l’individuo possa trovare in essi una felice espressione di sé e non una condanna o un mostro da temere.

Gli economisti ci ricordano che il capitale non è buono o cattivo di per sé, ma è l’uso che se ne fa a determinarne l’effetto positivo o negativo su individui e società. Lo stesso vale per l’innovazione. Porta crescita, ma non è vero che di per sé porti sviluppo, nel senso di aumento di benessere per una collettività.

La distruzione creatrice è appunto distruzione, non solo di equilibri economici e fortune personali, ma anche di equilibri sociali e vite individuali. Il dilemma di oggi è che questa nuova rivoluzione, che deve ancora manifestarsi nella sua parte più rivoluzionaria, per essere governata ha bisogno di regole internazionali e l’economia di una nuova Bretton Woods.

È la fine degli stati nazionali per come erano emersi dallo sfacelo degli imperi di antico regime. Un cambiamento strutturale delle istituzioni che non avverrà e lo vediamosenza tentativi di reazione e restaurazione.

Dalla tecnologia al secondo punto di contatto tra l’Italia di oggi e la Germania del periodo tra le due guerreancora un motivo di scoramento l’impreparazione assoluta della classe dirigente.

Inadeguatezze della classe dirigente

Aleggia come un fantasma in tutto il libro di Pierluigi Ciocca, esplode in quella frase a p.158 dove parla di “classe politica incompetente, imbelle, ciarliera, dedita alla propaganda”.

Ciocca non risparmia, nel suo giudizio di condanna, nessun governo dagli anni ’90 in poi. Ma al governo italiano andrebbero aggiunti anche quelli degli altri paesi europei, quello tedesco in particolare, che ha da almeno un ventennio la responsabilità della leadership europea e la usa male.

Esecrabile il continuo ed ormai anti-storico quel ragionare unicamente in termini di stato nazionale e di revanchismo, che porta alcuni paesi a voler impartire lezioncine ai governi propagandati come più deboli o incapaci ed altri paesi, invece, ad addossare le colpe dei propri fallimenti sulle spalle di chi è dipinto come più potente ed oppressivo.

Non è più il tempo per questo. La tragica impreparazione non è purtroppo solo della classe politica, ma anche – Ciocca lo sottolinea più e più volte della classe imprenditoriale. Di nuovo un fenomeno non solo italiano. Quello dei profitti eccessivi, eccessivi perché non si tramutano in investimenti ed innovazione, è un problema si è detto anche per gli Stati Uniti, anche per la Germania.

Ha ragione Pierluigi Ciocca: non è colpa delle banche, non è colpa dell’Euro (sono altri due capitoli di questo bel libro) – non è colpa della Germania vorrei dire io perché anche la Germania è solo parte del problema.

L’Occidente è vecchio

Forse – e lo speriamo – è un problema dell’Occidente, un occidente demograficamente vecchio, economicamente a rischio di obsolescenza e politicamente incapace di guardare al futuro.

Assistiamo – pare – al declino di quell’uomo bianco che dalla rivoluzione industriale in avanti ha dominato il mondo. È probabile: movimenti quali il suprematismo bianco ed i suoi strascichi di omofobia, misoginia, antisemitismo e anti-islamismo ne sarebbero le manifestazioni più evidenti.

Una spiegazione, dal punto di vista della teoria economica, la fornisce Paul Krugman quando parla di vantaggi comparati – torniamo ai classici come avrebbe voluto Paolo Sylos Labini!vantaggi comparati che cambiano con l’estendersi e l’accelerare degli scambi: la famigerata globalizzazione, il babau degli ultimi cinquanta anni.

La demonizzazione del commercio internazionale è avvenuta – di nuovo perché non si è saputo capire il cambiamento, non lo si è saputo usare e governare.

Paul Krugman parla di ondate di globalizzazione che danno vantaggi comparati ai paesi ricchi di risorse (compreso il lavoro) in determinati momenti storici, a paesi con particolari concentrazioni di produttori/consumatori, anche se poveri di risorse, in altri.

In questo momento storico avverrebbe il passaggio verso un vantaggio comparato per paesi ricchi di risorse. Contro i vantaggi comparati – a meno di ricorrere all’autarchia (autarcìa si permette di scrivere Pierluigi Ciocca con vezzo di linguista, citando Luigi Einaudi) – non si va.

Nuove alleanze

Sarebbe una guerra persa. Ma anche qui l’accortezza politica vorrebbe alleanze strette, economiche e politiche, con paesi ricchi di risorse – la Cina, povera di risorse se non di uomini, ad esempio, punta all’Africa ed alla colonizzazione dello spazioe certamente l’uso più efficiente/ecologico delle risorse esistenti.

L’Occidente, tutto l’Occidente, pare incapace, invece, di politiche – che devono essere comuni – in questo senso. Certo una soluzione facile, ma miope e di corto respiro, è la guerra di appropriazione. Di guerre, militari e non, per il controllo delle risorse strategiche è piena la storia recente.

Di cambiamenti nei vantaggi comparati non si muore, ma si può perdere la guida dell’economia mondiale o ci si può impoverire, perché con i vantaggi comparati cambia la distribuzione del reddito tra paesi e all’interno dei paesi.

Se il mondo nel complesso ci guadagna, qualcuno perde.  Ecco perché i sondaggi d’opinione sulle prospettive future quando fatti tra i giovani dell’Africa e dell’Asia sono positivi – per quanti escono dalla povertà assoluta inizia oggi un’età dell’oro, solo paragonabile al boom economico nei paesi sconfitti dalla seconda guerra mondiale. In Occidente sono negativi.

È il tramonto dell’Occidente prefigurato da Oswald Spengler un secolo fa? Culturalmente di sicuro. L’ascesa della global history nel campo della storiografia economica ne è l’esempio principe. Non deve essere, però, anche un tramonto economico. Il cambiamento nella tecnologia come nei vantaggi comparati può essere governato e le sue conseguenze arginate, almeno socialmente.

Soluzioni per l’Italia

Alla crisi italiana, Pierluigi Ciocca dà soluzioni che non possono non essere condivisibili.

All’Italia servono investimenti, innovazione ed imprenditorialità. Lo stato può fare molto per questo, ma lo deve fare anche in concerto con altri paesi, almeno europei. La fine, poi, dello stato nazionale – come unità politica accentrata, non come unità culturale.

De Gasperi ed i fondatori volevano un’Europa di nazioni – oltra a pretendere un ruolo per gli organismi sovranazionali, rende importanza alle comunità locali. In Italia le regioni chiedono di fatto maggiore rilevanza ed autonomia. Anche in questo caso si tratta di un cambiamento istituzionale che deve essere governato.

Molto si potrebbe e dovrebbe fare, però, per le comunità locali: economicamente e culturalmente. In questo gli Stati Uniti con la forte coesione locale hanno una lezione da dare e le reti sociali dei nuovi mezzi di comunicazione costituiscono un mezzo idoneo a cementare comunità di interesse che restituirebbero identità ed importanza politica alle periferie e porrebbero un argine alla decadenza dei piccoli centri.

Le scuole, come vuole Renzo Piano, dovrebbero offrire un punto di riferimento per attività sportive, culturali e creare identità laddove la crescente laicizzazione della società ha svuotato le chiese di questo significato.

Patrimoni inutilizzati

Le strutture ci sono già, basterebbe aprirle alla comunità. I giovani imprenditori dovrebbero trovare negli organi regionali e locali – in Germania è una realtà di lunga data tutta la consulenza necessaria a costruire e lanciare la propria impresa, ma si potrebbe anche creare una piattaforma per gli investimenti locali laddove le banche difficilmente si fanno carico del rischio di una start up.

Il crowdfunding, se garantito dalla serietà di una seria selezione pubblica, potrebbe cementare le comunità locali intorno ai giovani più promettenti e d’altro canto restituire i profitti delle imprese di successo al tessuto sociale che le ha generate.

Per premiare i talenti locali ed arginare la fuga all’estero dei giovani più promettenti si potrebbero anche reistituire i premi che le accademie settecentesche bandivano per trovare soluzioni ai problemi dell’ammodernamento di economia e società.

I Georgofili, ad esempio, a fine Settecento chiedevano come rendere il vino toscano nuovamente competitivo sui mercati esteri: anche allora la globalizzazione premeva sull’economia toscana! La risposta furono due manuali di giovani studiosi che migliorarono la viticoltura toscana per tutto il secolo a venire.

Cose da fare con poca spesa

Anche oggi, ai giovani architetti, geologi, ingegneri italiani – un enorme patrimonio inutilizzato – dovrebbe essere chiesto come risolvere gli enormi problemi dell’obsolescenza delle infrastrutture e del degrado del territorio cui Pierluigi Ciocca fa cenno, più e più volte. Le risposte potrebbero sorprendere, le migliori dovrebbero essere premiate e implementate.

Questi sono solo pochi esempi di quanto oggi si potrebbe fare, con poca spesa. Anche Ciocca lo sottolinea: si potrebbe investire, tagliando gli sprechi, senza per questo peggiorare drammaticamente il bilancio dello Stato.

Chiudo, ringraziando Pierluigi Ciocca per la sua ultima fatica, una lettura – come ci ha abituati – utile e necessaria a capire il presente e, forse, ad evitare il baratro nel quale un’economia in crisi ed un cambiamento tecnologico ed istituzionale mal governato sembrano condannare l’Italia come tutto l’Occidente.  

Consiglio il volume, infine, per due suoi caratteri, inusuali nella stampa recente di argomento economico e non. 

L’umiltà dei numeri – l’affidare i propri ragionamenti non a frasi fatte e poveri slogan, ma ad una solida base empirica supportata da conoscenze teoriche approfondite – e alle belle lettere, una padronanza della lingua che è oggi rara.

1 COMMENT

  1. Grazie per l”interessante contributo. Mi ha colpito molto l’invettiva di Ciocca contro la classe dirigente del nostro paese. Ma lui non era parte di essa ?

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