mercoledì, dicembre 12

Geopolitica della comunicazione 2/2

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Tempo di lettura: cinque minuti.
Terza puntata

In uno scenario nel quale la selezione delle questioni da porre all’attenzione delle opinioni pubbliche, non è come in passato decisa da esperti. Ma è sempre più prodotta dal basso, per mezzo di criteri di popolarità, ad esempio il numero di like o al tenore dei commenti espressi sui social network. E dove si rischia di smarrire la percezione di ciò che è veramente importante e la capacità di rispondere in modo efficace ai problemi. E si esaspera la disinformazione, la deliberata creazione di notizie false per scopi politici o commerciali, e la misinformazione, la diffusione involontaria di informazioni false.

La soluzione  proposta dai giganti della Rete occidentali (Facebook, Twitter e in parte Google) è assumere molte persone che controllino i contenuti controversi. Facebook ha annunciato che assumerà 10 mila persone nei prossimi mesi, YouTube ha fatto lo stesso parlando di una forza lavoro di 10 mila persone da formare entro il 2019, anche Twitter promette investimenti

Il governo cinese ci ha già pensato anni fa con più di 2 milioni di persone che controllano e monitorano i contenuti su Internet.

Una strategia che è servita sì da scudo contro tutti gli attacchi esterni, ma è un modello di censura frutto di una autoritarismo che incarna la negazione assoluta di tutto ciò che l’Occidente può e deve essere.

La Cina è ormai una superpotenza hi tech globale, dall’intelligenza artificiale ai super computer, tutte tecnologie che possono essere usate nel campo civile e militare, ma anche come controllo politico della società, dentro e fuori i confini della Cina.

L’ambizione di Pechino è quella di diventare il leader entro il 2030 nell’intelligenza artificiale (IA) e il campo nel quale la Cina intende eccellere è il riconoscimento facciale. Il software è presente in oltre 100 milioni di dispositivi mobili made in China. Ed è già stato sperimentato anche sulle telecamere di sicurezza che contano in Cina una rete di 176 milioni di unità di sorveglianza che controllano 1,3 miliardi di persone. Questa rete diventerà sei volte più grande già nel 2020. A confermare la passione del Governo cinese per la sorveglianza globale.

Nel 2017 sono stati spesi in Cina  in start up attive nel riconoscimento facciale 1,6 miliardi di dollari, nel 2016 erano poco più di 200 milioni. La Cina ospita la società Megvii che ha già raccolto 460 milioni di dollari di finanziamenti solo nel 2017. E ancora Yitu e Malong Technologies, che nel corso del 2017 hanno attirato finanziamenti destinati allo sviluppo di applicazioni di IA basate sulla tecnologia di visione artificiale, e la società Hangzhou Hikvision Digital Technology, uno dei maggiori fornitori al mondo di telecamere di sicurezza.

Non stupisce che nel 2018 ci sia stato il sorpasso sugli Stati Uniti non solo sulla sorveglianza, ma anche su tutto il settore dell’IA o per usare un termine più appropriato sulla “intelligenza aumentata” (AI), dato che non sarà mai possibile sostituire l’intelletto umano. Se infatti escludiamo i giganti californiani dei dati, come Google, Facebook, Microsoft e gli altri della Silicon Valley,  a investire più di tutti sull’Intelligenza Aumentata è la Cina con il 48% degli investimenti contro i 38 degli Stati Uniti e i 13 del resto del mondo. Già  alcune tecnologie sono concepite negli Stati Uniti, ma poi sono sviluppate in Cina che può contare su una  sorprendente capacità di pianificazione delle politiche industriali e tecnologiche  Su molti prodotti occidentali la Cina applica superdazi e invita le aziende straniere a investire sul suo territorio.

Regole asimmetriche, che ebbero una giustificazione quando alla fine del millennio venne negoziato l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio. Quella Cina poverissima aveva bisogno di agevolazioni per integrarsi. In vent’anni ha fatto progressi prodigiosi, alcuni settori della sua economia sono a livelli giapponesi.. Ma Pechino gode  anche di un altro un “vantaggio”   competitivo, se così possiamo definirlo peculiare del suo tratto autoritaristico, per nulla democratico: l’assenza di regole in materia di privacy in difesa dei suoi cittadini. E l’ “Economist” ha descritto come il governo cinese abbia usato la tecnologia dell’AI nella provincia dello Xinjiang, trasformandola  in uno Stato di polizia e di apartheid.

Quarta puntata

Se le fake news sono il frutto di una degenerazione della libertà di Internet, non è tarpando la libertà che si risolve il problema. O meglio: lo si risolve, ma poi ci si trova  Stati come Cina, Iran (ma l’elenco dei paesi a rigido controllo è lungo), dove ogni parola scritta nelle chat private è letta da occhi sospettosi ed eventualmente cancellata.

Fake news painting, Saatchi Art

Riporre troppa fiducia nelle operazioni di debunking, ossia nella correzione sistematica di notizie false per mezzo di dati, è un tentativo che va fatto, ma pecca di ingenuità.

Qualcuno ha calcolato il tempo che passa tra la diffusione di una bufala e quella di un articolo che cerca di disinnescarla raccontando la verità. Ci vogliono tredici ore. Un tempo infinito nel moltiplicarsi dei clic su siti e social network che, con la complicità dell’algoritmo, amplifica a tal punto l’effetto delle fake news da rendere inefficace ogni rimedio.

Allora abbiamo sbagliato tutto con Internet? Non possiamo fidarci di Facebook, Twitter e Google, Whatsapp?

Il problema non è dichiarare Internet fallita come opportunità per migliorare l’informazione. E non è neppure quello di difenderla. Il problema è capire che cosa succede, comprendere quanto sia importante e decidere di agire per progettare soluzioni diverse da quelle che sono state trovate finora. Non è facile e non è ovvio battere la disinformazione e la misinformazione. Oramai consapevoli che molte piattaforme attualmente in uso su Internet non sono costruite per occuparsi della qualità dell’informazione.

E alimentare la sensazione che non esista buona informazione, che tutta l’informazione sia inquinata e che dei social media non ci si possa fidare, rafforza ogni tipo di manipolazione della realtà.

Il cyberspazio di Facebook e i mercati finanziari non conoscono confini, mentre aumenta, anche per effetto dei social network, la percezione della distanza da parte di chi si sente incerto, insicuro e in balia del vento della globalizzazione, rispetto a chi invece sembra essere partecipe dei processi globali.

Esiste una domanda politica legittima e comprensibile  trasversale a tutti i ceti nazionali: l’autodifesa di società che si sentono impoverite e minacciate.

A questa domanda poche sono le  risposta di buon senso arrivata da élite oramai “postmoderne”, “liquide”, “multiculturali”, “tecnocratiche”, senza senso autocritico, perché incapace di trarre  lezione dai propri errori di percorso.

I giganti mediatici entrano in campo, si schierano alimentando disequilibri comunicativi tra privacy, sicurezza, sviluppo tecnologico, politica e informazione. In mezzo una stampa che non ha una posizione di terzietà.

E non si è capito se si vogliono bloccare le “bufale” in rete o le “verità negate”: quei fatti che la dittatura del politicamente corretto da qualche decennio nega.

E se la democrazia liberale  è ancora la possibilità per una comunità di scegliere il proprio destino, un numero crescente di cittadini ha la sensazione di averne perso il controllo.

Quindi non si abbia fretta di catalogare grossolanamente in un’unica categoria tutti i cambiamenti in corso senza l’umiltà di studiarli.  Perseverare nella ricerca di scorciatoie e semplificazioni per spiegare fenomeni nuovi e complessi da analizzare significa essere incapaci di affrontare il cambiamento soprattutto quando non è quello che ci aspettiamo e non è quello che preferiamo.

 

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1 commento

  1. gerardo coppola on

    Grazie per i due interessanti articoli. L’esperienza maturata con il nostro sito mi porta ad aggiungere due brevi considerazioni. Molte bufale circolano su Internet ma non riescono a chiudere tutti gli spazi: noi siamo un piccolo esempio. La seconda osservazione e’ che le fake news sono spesso prodotte dalle istituzioni e rilanciate dai media in modo pervasivo ed ossessivo. Pensiamo alle banche, al debito pubblico, ai vaccini ecc. Questo aspetto fa davvero paura ed e’ difficile contrastarlo.

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