martedì, Marzo 26

Medit-oriale

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Tempo di lettura: quattro minuti.

Le città degli altri e le nostre

“È certo che la soluzione degli urgenti problemi dell’ambiente, la stessa sopravvivenza della vita sul pianeta, sono possibili solo se verrà adottata una nuova cultura che, pur imponendoci dei sacrifici materiali, ci permetterà di vivere in un mondo più pulito, di ritrovare un rapporto umano col verde e con gli altri esseri viventi, di lasciare un ambiente accettabile ai futuri abitanti della Terra: per realizzare questo obiettivo occorre una revisione radicale di molti dei modelli di comportamento finora adottati, occorre inventare una nuova filosofia dei rapporti fra l’uomo e la natura”. Questo scriveva l’ambientalista Giorgio Nebbia nel 1972.

Purtroppo, se ci guardiamo intorno, ciò che Nebbia auspicava non si è attuato: anzi, all’opposto, possiamo dire che la situazione è sicuramente peggiorata, anche se è ormai acclarato che le città che hanno visioni di lungo termine e che stanno prosperando dal punto di vista sociale, economico e ambientale hanno una buona dotazione di verde urbano,  che si presenta ben pianificato, progettato, gestito e mantenuto rispetto a città che, invece, evidenziano problematiche a vario livello nei settori suddetti.

Pochi anni dopo Barbieri (1975) sosteneva che il verde è una delle maggiori invenzioni dell’urbanistica moderna, con ciò sfatando uno dei tanti luoghi comuni diffusi dagli speculatori alla parte meno preparata dell’opinione pubblica, secondo cui le città del nostro tempo sarebbero “ineluttabilmente” condannate alla congestione, al soffocante gigantismo, al caos.

Al contrario emerge chiaramente l’enorme divario che separa l’Italia dagli altri paesi cosiddetti “sviluppati” e le nostre città dalle città straniere (soprattutto inglesi, francesi, tedesche e scandinave), nelle quali non solo si investe nella gestione della “cosa pubblica”, ma dove è anche evidente come lo sforzo delle società coscienti dei problemi del nostro tempo sia tutto teso a rendere sempre migliore la vita urbana, reintroducendo quel contatto con la natura che le sconvolgenti trasformazioni cui esse sono state sottoposte da oltre un secolo, rischiavano di eliminare.

In questo contesto si inserisce il maggiore interrogativo riguardante il futuro del nostro pianeta: il cambiamento climatico, ormai inconfutabile, che porterà un aumento, non solo della temperatura media, ma anche della frequenza degli eventi climatici estremi – tra cui precipitazioni di particolare intensità, ondate di calore, siccità. Ciò richiederà una maggiore offerta di servizi urbani e di infrastrutture, particolarmente in materia di controllo delle inondazioni e mitigazione delle temperature, specialmente nelle città.

Il clima e gli alberi

Gli effetti del cambiamento climatico sono già evidenti e, nonostante i tentativi negazionisti anche di politici di primo piano o di pseudoscienziati, lo diverranno in modo sempre maggiore nei prossimi 40 anni. (L’instabilità del clima ha portato anche a creare un neologismo, medit-oriale, frutto della fusione tra mediterraneo e equatoriale, NdR). A prescindere da questo, che si creda o no che il cambiamento climatico rappresenti una reale minaccia (ma secondo me è “la minaccia”), è evidente a tutti che la presenza di alberi e la loro gestione appropriata ricoprono un ruolo fondamentale in ogni soluzione che sia basata su metodi scentifici e che, al contempo, sia sostenibile. È ovvio che non possiamo piantare e gestire una quantità sufficiente di alberi per risolvere tutti i problemi della Terra, ma assicurarsi che gli alberi siano continuamente visti come elementi necessari per la soluzione dei suddetti problemi è una condizione critica per la qualità della vita di tutti.

Il modo in cui presentiamo gli alberi come “elementi chiave” per un ambiente migliore e più stabile è molto importante e, per questo motivo è fondamentale dare informazioni corrette e scientificamente provate e creare, in tutti, quella “consapevolezza ambientale” che, nel nostro Paese fa fatica ad affermarsi e, quando lo fa, porta talvolta a estremismi poco costruttivi.

Sfortunatamente, alcune scelte politiche a livello mondiale (vedi l’accordo al ribasso del Cop24 di Katowice appena terminato), rendono arduo il compito di chi si impegna per rendere operativo l’Accordo di Parigi e consentire di centrare il principale obiettivo dell’intesa raggiunta nel 2015 nella capitale francese, ovvero limitare la crescita della temperatura media globale, entro la fine del secolo, a un massimo di 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali. I risultati finora conseguiti non lasciano però molte speranze di raggiungere l’obiettivo.

È perciò chiaro che se tutti fossimo consci, cittadini, politici e tecnici, dell’importanza di estendere la copertura arborea non solo intesa come superficie forestale, ma anche come aumento della percentuale di aree verdi, e degli alberi in particolare, nelle nostre città e di gestirle in modo sostenibile, potremmo assicurare una loro efficacia (riuscire a raggiungere gli obiettivi prestabiliti) e un’efficienza, a parità di risultati, (riuscire a raggiungerli con il minor dispendio di risorse possibile) maggiori nella lotta al cambiamento climatico.

Piantare alberi è uno dei presupposti di gran parte dei programmi di miglioramento ambientale delle principali istituzioni internazionali che si occupano di ambiente e, nel presente di scenario di cambiamenti globali (non solo climatici), la scelta delle piante da inserire nelle aree verdi delle nostre città non può e non deve avvenire solo su basi estetiche o limitando la scelta alle sole specie indigene, ma deve tener conto del potenziale “contributo” ambientale che le specie che saranno messe a dimora potranno apportare.

Superare le nostre arretratezze

Purtroppo, appare come ‐ a livello sia nazionale sia locale‐ si sia sottovalutata la dimensione comunicativa e sociale dell’approccio al verde urbano e alla sua importanza, generando ‘roboanti’ reazioni da parte dei diversi soggetti e accrescendo il livello di incertezza del comune cittadino. Sfortunatamente le Amministrazioni locali e i soggetti pubblici più o meno direttamente legati alla voce “verde urbano”, anche a causa dei tagli ai finanziamenti, vedono le aree verdi come un costo, senza considerare, o considerando solo in parte, la loro funzione di fondamentale risorsa per la nostra vita grazie ai benefici, anche monetizzabili, da esse forniti. E, quindi, considerare le risorse destinate alla creazione e alla gestione delle aree verdi, un investimento.

È mia opinione che non si può prescindere da questa “presa di consapevolezza” del ruolo degli alberi nel miglioramento della qualità della nostra vita. La strada da percorrere è molto lunga, perché la maggioranza delle persone non è, come dicevo, pienamente cosciente di questo ruolo e, purtroppo, i media tradizionali non fanno molto per colmare questa lacuna.

Se dallo scomposto vociare e dai personalismi che spesso caratterizzano il dibattito nel nostro Paese, si passerà sempre più e sempre meglio ad azioni coordinate di incoraggiamento di tutte le iniziative, da chiunque provengano, molte difficoltà saranno superate e, comunque, si stabiliranno condizioni essenziali per il progresso e l’innovazione.

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